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"Libertà religiosa e minoranze" Moschee e libertà religiosaUna questione che impegna anche noi valdesi e metodisti leggi la dichiarazione della moderatora Maria Bonafede Pastora espulsa dall'ospedaleImpedita a prestare cura d'anime "Non è lecito ad un istituto ospedaliero negare la visita e frapporre ingiustificati ostacoli all'esercizio di diritti espressamente riconosciuti in una legge di Stato, in particolare trattandosi di una materia delicata quale è quella della libertà religiosa": non si è fatta attendere la lettera della pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, al direttore generale dell'Ospedale "Cervello" di Palermo, dott. Francesco Falgares, dopo che lo scorso 12 novembre al reparto Traumatologia dello stesso ospedale era stato negato l'accesso alla pastora Elisabetta Ribet accorsa per prestare assistenza spirituale ad un membro della sua comunità. "Una vera e propria discriminazione - ha dichiarato all'Agenzia stampa NEV la pastora Ribet -. Non mi hanno fatta passare perché ero fuori orario di visita. Ho mostrato il tesserino di ministro di culto della Tavola valdese anche al primario, ma a nulla sono valse le mie spiegazioni. Il dottore mi ha buttata fuori senza complimenti. Una palese violazione del principio di pluralismo religioso di questo paese". Il diritto di un malato a ricevere cura d'anime da parte di un suo ministro di culto è sancito dalla legge, nella fattispecie dall'Intesa tra la Tavola valdese e lo Stato italiano, e precisamente all'art. 6 della legge 449/1984, che recita: "l'assistenza spirituale dei ricoverati … negli istituti ospedalieri, nelle case di cura o di riposo e nei pensionati, è assicurata tramite ministri iscritti nei ruoli tenuti dalla Tavola valdese. L'accesso di tali ministri ai predetti istituti è a tal fine libero e senza limitazione di orario…". Lo ha fatto notare nella sua lettera al dott. Falgares la pastora Bonafede, auspicando che tutti gli operatori dell'ospedale, primari compresi, siano messi al corrente di tale disposizione. Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 26 novembre 2008 La chiesa Valdese di Firenze esprime la propria solidarietà alla pastora Elisabetta Ribet ed alla sorella della Chiesa Valdese di Palermo che sono stati oggetto di questa grave ed ingiustificata violazione di un diritto sancito dalla legge. Siamo profondamente colpiti dal fatto che ad oltre venti anni dalla stipula dell'Intesa tra la Tavola valdese e lo Stato italiano i responsabili e gli operatori di una struttura sanitaria pubblica non ne fossero a conoscenza. Esprimiamo la nostra preoccupazione per il fatto che, nonostante la grande attenzione rivolta in questi ultimi mesi dagli organi di informazione alle problematiche etiche legate alle cure mediche, nel nostro paese possano essere negati i più elementari diritti di assistenza spirituale ai malati. Il Concistoro della Chiesa Valdese di Firenze, 28 Novembre 2008
4 dicembre 2008, Le scuse del direttore generale dell'Ospedale "Cervello" di Palermo
Approvate dal Consiglio dei ministri le modifiche alle Intese con la Chiesa evangelica valdese e con la Chiesa avventista
Le modifiche apportate alle Intese riguardano, per la Chiesa evangelica valdese (Unione delle chiese metodiste e valdesi), la possibilità di accedere anche alle quote non espresse dai contribuenti dell’otto per mille dell’Irpef (modifica alla legge n. 409 del 1993), mentre per l'Unione italiana delle Chiese cristiane avventiste del 7° Giorno (UICCA) si tratta del riconoscimento dei titoli di studio rilasciati dall'Istituto di cultura biblica avventista di Firenze (modifica alla legge n. 516 del 1988). "Accogliamo con soddisfazione l’approvazione da parte del Consiglio dei Ministri del ddl di ratifica. Ci auspichiamo che in brevissimo tempo il Governo provveda anche alla ratifica delle altre Intese già negoziate e firmate, o siglate, dai precedenti governi, compreso quello presieduto dall’on. Berlusconi, relative a comunità di fede che svolgono un ruolo sempre più importante e riconosciuto nella società italiana - ha dichiarato Maria Bonafede -. Augurandoci che l’iter parlamentare sia il più rapido possibile per tutte le Intese in corso, rinnoviamo il nostro impegno a gestire gli ulteriori fondi otto per mille che ci verranno assegnati in base a questa revisione dell’Intesa nella stessa linea di laicità e trasparenza che ci ha caratterizzato negli anni scorsi, senza destinare neanche un euro a finalità di culto". "L'approvazione delle due modifiche è senz'altro una buona notizia! - ha affermato Dora Bognandi -. Significa che si sta superando un'impasse che dura da anni. Ringraziamo il governo per questo primo passo anche se auspichiamo che tra brevissimo lo stesso avvenga per la altre Intese in attesa di approvazione". Ora le rispettive revisioni di legge dovranno essere approvate da Camera e Senato. Le bozze d'Intesa, approvate dal Governo Prodi lo scorso 7 marzo 2007, che oggi - a norma dell’articolo 8 della Costituzione - chiedono di essere riprese in esame dal Governo in carica, riguardano: la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova e l'Unione buddista italiana (che nel 2000 avevano già ottenuto la firma dal Governo D'Alema), nonché la Chiesa Apostolica in Italia, la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli ultimi giorni, la Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, l'Unione induista italiana. Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 3 ottobre 2008 Religioni, laicità e modernità: un punto di vista protestante italianoSintesi dell'intervento del pastore e teologo Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia, pronunciato nella sede di Bruxelles del Parlamento europeo, nell'ambito del convegno "Secularism and Religions" (28 agosto 2008). [leggi] Valdesi e metodisti - Preoccupazione per il clima di razzismo e xenofobiaRoma (NEV), 25 giugno 2008 La preoccupazione per il clima di razzismo e xenofobia nel nostro paese è stata espressa dalle Conferenze dei quattro Distretti delle chiese valdesi e metodiste in Italia che si sono riunite, come ogni anno nel mese di giugno, per esaminare la vita spirituale e amministrativa delle chiese e delle opere sociali del territorio. La conferenza del III Distretto (Centro Italia), in particolare, ha approvato un ordine del giorno in cui “invita le chiese a vigilare sulle violazioni dei diritti umani (compreso il diritto di asilo) subite dagli stranieri, regolarmente o irregolarmente presenti nel nostro territorio, e a rispondere a tali violazioni con voce profetica; a iniziare e proseguire percorsi di riflessione sulle potenzialità di incontro e dialogo con individui, comunità e culture, percepite come ‘altre da noi’”. Il II Distretto (Nord Italia) ha fatto propria la presa di posizione delle chiese di Genova contro le norme sull’immigrazione contenute nel “pacchetto sicurezza” del governo e in particolare contro l’introduzione del reato di immigrazione clandestina (vedi NEV 25). Richiamando l’attenzione sulla difesa della Costituzione, sull’educazione dei più giovani e sul tema del lavoro, il IV Distretto (Sud Italia) ha esortato le chiese a decidere se stare “dalla parte di chi agita la paura dell’altro ed alimenta gli egoismi”; “di chi esercita il controllo mafioso del territorio”; “di chi occupa le istituzioni democratiche per asservirle alla tutela di interessi privati”, “di chi fa della Parola di Dio uno strumento di discriminazione e di controllo sociale; o dalla parte del Signore della vita”. I pastori e i deputati delle chiese locali hanno deliberato anche su questioni che saranno sottoposte all’esame del prossimo Sinodo delle chiese valdesi e metodiste, che si terrà a Torre Pellice (Torino), dal 24 al 29 agosto. Leggi anche "Rom: il dovere di una minoranza"
Separazione tra chiesa e stato«Io credo in un’America dove la separazione tra Chiesa e Stato sia assoluta; dove nessun prelato cattolico dica al presidente (anche se è cattolico) come agire, e nessun ministro protestante dica ai suoi parrocchiani come votare; dove nessuna Chiesa o scuola confessionale abbia finanziamenti pubblici o preferenze politiche. John Fitzgerald Kennedy Guarda su Youtube il video Leggi anche L'abbaglio di papa Ratzinger di Paolo Naso La testimonianza universale dei martiriBenedetto XVI ha celebrato il quarantesimo anniversario della Comunità di S. Egidio nella chiesa romana di S. Bartolomeo, dedicata alla memoria dei martiri della fede del XX secolo. Nell’occasione, egli ha svolto un’importante riflessione sul tema appunto del martirio, sottolineandone la centralità. "Martire", come si sa, significa, alla lettera, "testimone": in particolare, il termine è passato a indicare chi ha reso testimonianza con il proprio sangue. Il martirio è una vera e propria dimensione della vita della chiesa: vi è una testimonianza resa a Dio perché, alla sua base, vi è la martyria resa da Dio stesso, Cristo crocifisso. I martiri sono sempre stati, per la chiesa, un vanto. Naturalmente non è bene che la chiesa, e le chiese, nascondano la povertà della loro testimonianza dietro il coraggio e la sofferenza di alcuni. Tuttavia questi alcuni costituiscono il dono di Dio alla sua chiesa mediocre e compromessa ed è quindi giusto ricordarli con orgoglio autocritico. Con orgoglio, perché essi manifestano la fedeltà di Dio, che non viene mai meno, che nutre la comunità cristiana, la sostiene e, come si esprime il linguaggio della fede, la benedice, in modo costoso, sommamente impegnativo. Con orgoglio autocritico: perché il martirio accade costantemente nel mezzo del compromesso e del rinnegamento anche e proprio delle chiese. I nomi dei martiri rendono gloria a Dio e non alle chiese, ma appunto in questo consiste anche la gloria delle chiese: nel fatto che c’è sempre qualcuno che prende la propria croce e segue Gesù. Il martirio del XX secolo, poi, ha spesso una caratteristica particolare, rispetto a quello delle origini cristiane: il nome di Gesù è frequentemente proclamato nel cuore di conflitti apparentemente del tutto secolari. In queste settimane, oltre al quarantesimo anniversario della comunità di S. Egidio, si ricorda anche quello dell’assassinio di Martin Luther King. Egli ha testimoniato Cristo lottando per i diritti civili dei neri. Oscar Romero (un martire che i papi non ricordano volentieri), è stato ucciso a motivo della sua solidarietà attiva con i poveri del Salvador; Dietrich Bonhoeffer perché cospirava contro Hitler. Il martirio del XX secolo è spesso un martirio politico. Anche in questo, Dio vuole dirci qualcosa: la croce di Gesù si erge in terra sconsacrata, fuori dalla porta della città santa. I martiri hanno le mani sporche delle lotte e delle sofferenze condivise anche con chi non crede. Si può dire "Signore, Signore!" senza rendere testimonianza; e si può rendere testimonianza pronunciando il Nome in una pratica di lotta condivisa con chi, quel Nome, non ha ritenuto di doverlo confessare. Infine, il terzo elemento. Di fronte al martirio, non sempre le chiese si collocano dalla parte giusta, dalla parte del testimone. Non solo a motivo del loro silenzio, ma anche e proprio della loro complicità. Mentre Bonhoeffer era in prigione, le chiese tedesche ringraziavano Iddio per il fallimento dell’attentato a Hitler che egli aveva contribuito a preparare; chi ha ammazzato il vescovo Romero aveva amici nella gerarchia della chiesa del Salvador e anche più in alto. I martiri sono il dono di Dio alla chiesa, abbiamo detto, ma anche la sua critica, carica d’amore e per questo severissima. Celebrarli significa anche riflettere sulla testimonianza ecclesiale oggi: da che parte si sta nelle grandi e piccole sfide che dividono gli animi, anche nel nostro paese. Prendere partito: non un partito qualsiasi, certo (quelli sono persino troppi, come vediamo anche in questi giorni), bensì il partito di coloro con il quale Gesù, il Martire di Dio, si identifica. Fulvio Ferrario, docente di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia di Roma Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 9 aprile 2008 La questione protestanteIl tema della laicità dello Stato è prepotentemente entrato nel dibattito politico e tutto fa presagire che proseguirà anche dopo le elezioni di aprile. Mai come in questi mesi, infatti, la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha agito come una vera e propria lobby politica, promuovendo e bocciando liste e candidati: benissimo Casini e la sua UDC; benino il Pdl ma deve impegnarsi di più per proporre candidati moralmente autorevoli e promuovere un’agenda più vicina alla dottrina sociale della chiesa cattolica; malissimo il Pd colpevole di avere raggiunto un accordo con i temibili radicali e di avere imbarcato il prof. Veronesi; bene Ferrara ma alla larga dalla sua lista corsara, salvo riparlarne dopo le elezioni e avendo contato i voti. E così via. E così, più per reazione che per intenzione, partiti e candidati parlano spesso di laicità. Molto più spesso di quanto non sia accaduto nei mesi scorsi. Bene, il variegato mondo protestante italiano non potrebbe che apprezzare il fatto che uno dei grandi fili rossi della migliore cultura liberale europea diventi tema di campagna elettorale. Tutto questo il protestantesimo italiano lo ha detto e vissuto negli anni delle persecuzioni religiose; in quelli dell’Italia liberale e del fascismo concordatario; del centrismo democristiano e dei referendum sul divorzio e l’aborto; lo ha ribadito negli anni della revisione del Concordato (1984) e della stipula delle prime Intese ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, così come - in tempi più recenti - quando l’Italia si è scoperta al tempo stesso più secolarizzata e pluralista. Ebbene, nel dibattito sulla laicità di questi giorni di tutto questo non vi è alcuna traccia. Chi in Italia si richiama a Lutero e Calvino, viene di fatto ignorato dal dibattito pubblico sulla laicità perché nel nostro paese esiste una "questione protestante", un nodo storico e culturale che si trascina da secoli. Come la "questione meridionale" o quella "cattolica". È il prodotto di una cultura tipica della Controriforma, trionfante in Italia, che ha negato la possibilità di pensare e vivere la fede cristiana fuori dal recinto dogmatico della tradizione cattolica. In questa prospettiva il protestantesimo non viene criticato, viene semplicemente ignorato e quindi nei fatti negato come interlocutore; al contrario il cattolicesimo viene elevato al rango di universalità cristiana, in grado di rappresentare l’intera comunità dei credenti in Gesù Cristo. E questo spiega perché i protestanti restano fuori dai talk show televisivi e dai grandi dibattiti culturali di questi giorni: il loro problema sembra essere che, pur essendo cristiani come la maggioranza degli italiani, sono però portatori di un punto di vista teologicamente altro e distinto da quello cattolico. Al tempo stesso vicini nella fede in Cristo ma anche così irrimediabilmente distanti dalla tradizione cattolica, dalle adunate in San Pietro e dai devozionalismi di fronte alle statue dei santi. Cristiani ma laici, laici ma credenti. Nulla di strano in Francia, in Germania, in Olanda. Un’identità ovvia e perfettamente visibile negli Stati Uniti. Difficile da pensare in Italia. E così, nonostante tante parole sull’Europa, si finisce per ignorare quell’intreccio tra laicità e protestantesimo che ha costituito un tratto fondamentale della modernizzazione del continente. Eppure, ignorando il confronto con quella tradizione culturale e teologica, ogni discorso sulla laicità ha il fiato molto, molto corto. Paolo Naso NEV - Notizie evangeliche del 27 febbraio 2008 Libertà religiosa. A 60 anni dalla Costituzione gli evangelici ne ricordano l’art. 8Roma, Camera dei deputati 20 Febbraio 2008 In occasione dei sessant'anni della Costituzione repubblicana, la Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e l'Associazione internazionale per la difesa della libertà religiosa (AIDLR) promuovono il convegno “La libertà religiosa alla luce dell'articolo 8 della Costituzione”. L'iniziativa si colloca nel quadro delle celebrazioni del 17 febbraio, data che ricorda l'emancipazione riconosciuta ai valdesi da re Carlo Alberto nel 1848; al tempo stesso cade nel ventennale dell'Intesa che regolamenta i rapporti tra lo Stato italiano e l'Unione italiana delle chiese cristiane avventiste del settimo giorno (UICCA).
Negli anni, il 17 febbraio si è proposto e consolidato come una data simbolica del valore civile e democratico della libertà religiosa: da qui la proposta, fortemente appoggiata dalla FCEI e già posta all'attenzione del Parlamento, di istituirla come “Giornata della libertà di coscienza, di religione e di pensiero”. Ad introdurre i lavori è stato il presidente dell’AIDLR, Daniele Benini, che è anche presidente della UICCA. Ha moderato Domenico Maselli, presidente della FCEI. L’intervento centrale è stato affidato al presidente Oscar Luigi Scalfaro, che in qualità di padre costituente, ha tracciato la genesi dell’art. 8 della Costituzione. Scalfaro ha dichiarato di ricordare molto bene il dibattito sull’art. 8: "Si sentiva nell’aria la grandiosità del momento. Avevo 27 anni ed avevo appena superato il concorso da magistrato. La discussione intorno alla prima, assoluta, fondamentale libertà, quella di coscienza, era in mano soprattutto ai giovani". Per Oscar Luigi Scalfaro la libertà religiosa e di coscienza è quella che presuppone lo stato laico che a sua volta è condizione perché uno stato sia democratico. A evidenziare i problemi attuali è stato il professor Marco Ventura, docente di diritto ecclesiastico dell’Università di Siena. Egli ha indicato "tre meccanismi bloccati" relativi all'applicazione dell'art. 8 della Costituzione: la legge sulla libertà religiosa, il cui percorso ha incontrato ostacoli politici ed ideologici; le 8 Intese firmate dal governo lo scorso 4 aprile e mai giunte in Parlamento; la Consulta islamica anch'essa oggetto di una impasse che non sembra sbloccarsi. Queste difficoltà nascono da due questioni di base: l'interpretazione del testo costituzionale sulla "eguale libertà" di tutte le confessioni religiose e il legame, non da tutti riconosciuto, tra l'art. 8 e il principio di laicità dello Stato. Francesco Margiotta Broglio, ordinario di relazioni tra stato e chiesa all’Università di Firenze, ricordando l’opera del giurista evangelico Giorgio Peyrot e dello storico Giorgio Spini "senza i quali non saremmo oggi a celebrare questi anniversari", ha ripercorso le tappe dai governi Craxi degli anni '80 ad oggi, dei tentativi, tutti senza successo, di giungere ad una legge sulla libertà religiosa che superi quella sui "culti ammessi" di epoca fascista. Una legge, quella sulla libertà religiosa, la cui approvazione, ha con forza affermato il ministro Paolo Ferrero, avrebbe un impatto innovativo sulla società italiana. "Negli anni '80 – ha spiegato Paolo Ferrero -, le prime Intese rappresentavano il perfezionamento di una realtà in larga parte già presente nel Paese. Oggi, in un contesto sociale mutato, l'approvazione di una legge sulla libertà religiosa avrebbe una forte connotazione simbolica e culturale". Questa legge, secondo Paolo Ferrero, sarebbe, riprendendo la famosa frase di Cavour, uno snodo centrale per tornare "a fare gli italiani", cioè per ridefinire le relazioni di chi vive nell'Italia multiculturale di oggi e orientare il futuro della nostra società verso l'apertura e l'inclusione. "Le decisioni cruciali su cosa sarà l'Italia tra venti o trent'anni devono infatti essere prese oggi", ha concluso Paolo Ferrero. "Una legislatura si sta chiudendo, un’altra se ne aprirà. Quali impegni l’aspettano nel campo di quel pluralismo religioso che solo uno stato consapevolmente laico può consentire? - si è chiesto l'on. Valdo Spini nel suo intervento - Innanzitutto la piena applicazione dell’articolo 8 della Costituzione, quello che afferma che i rapporti tra lo Stato italiano e le confessioni religiose diverse dalla cattolica sono regolate sulla base di Intese. Il tema non potrà non ripresentarsi nella prossima legislatura. Mi è sembrato allora giusto concludere questa legislatura presentando una proposta di legge per istituire una Giornata dedicata alla libertà di coscienza, di religione e di pensiero, comprendendo quindi credenti e non credenti, collocandola proprio il 17 febbraio, cioè nella data del primo atto di libertà religiosa nel nostro paese, appunto la concessione dei diritti civili ai valdesi" ha dichiarato Valdo Spini. Tutti gli intervenuti si sono detti d'accordo sul progetto. Su questo tema è intervenuto il senatore Lucio Malan che ha dichiarato: "Concordo con l'importanza di una legge sulla libertà religiosa, un cui testo ho io stesso presentato al Senato durante questa legislatura, e sull'istituzione di una Giornata della libertà di religione. Questo è un tema che dovremmo imparare a considerare non solo nell'ambito della nostra realtà italiana, ma globalmente, pensando anche a quei paesi in cui essa è gravemente violata". Presente anche l’on. Mercedes Frias, che ha espresso un saluto all'assemblea, e vari esponenti sia di comunità religiose – ebrei, musulmani, buddisti, baha'i – sia dell'associazionismo laico. sintesi tratta da NEV - Notizie evangeliche del 20 febbraio 2008 ANTISEMITISMO Solidarietà delle chiese evangeliche alla comunità ebraica RomaA seguito della recente recrudescenza in Italia di manifestazioni antisemitiche, il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Domenico Maselli, in segno di solidarietà ha scritto oggi al presidente dell’Unione delle comunità ebraiche (UCEI), Renzo Gattegna, per esprimere la propria indignazione:"Sembra impossibile che, a 70 anni dalle deprecate leggi razziali, vi sia ancora qualcuno che osi negare le tragedie provocate dal razzismo e dall’intolleranza". Nella sua lettera Maselli sottolinea la sincera e reciproca simpatia esistente tra la comunità evangelica italiana e quella ebraica dovuta anche alla "comune realtà di emarginazione e ghettizzazione". Facendo riferimento alle celebrazioni del 17 Febbraio (data che ricorda l'emancipazione riconosciuta ai valdesi da re Carlo Alberto nel 1848), il presidente FCEI osserva come proprio "in questi giorni ricordiamo i primi passi fatti dal nostro paese sulla strada della libertà religiosa nel 1848 ed auspichiamo che sia possibile fare nuovi progressi per godere di una piena libertà in uno Stato che sia autenticamente liberale, laico e democratico". Fondamentale per Maselli l’apporto dato alla crescita democratica del nostro popolo dalle Amicizie Ebraico-Cristiane: "Credo che sia necessario che le nostre comunità cerchino sempre nuovi strumenti di collaborazione e di incontro". Parole di solidarietà sono giunte anche dal pastore Mario Affuso, presidente della chiesa apostolica italiana di Firenze, al rabbino capo della comunità ebraica di Firenze, Joseph Levi. NEV - 13 Febbraio 2008 LA DISINFORMAZIONE DEL TG2
Nel servizio mandato in onda per il 75° anniversario dell’ascesa di Adolf Hitler sono stati associati nazismo e Riforma protestante, omettendo che il partito cattolico di Franz Von Papen contribuì massicciamente all’ascesa di Hitler e che il suo Governo firmò un Concordato con il Vaticano. Il giornalista non riferisce di teologi protestanti quali Karl Barth o Dietrich Bonhoeffer, morto in un campo di concentramento per aver complottato contro Hitler, di Martin Niemoeller, pastore protestante della chiesa confessante anti-Nazista, che passò in un campo gli ultimi 7 anni del regime hitleriano. La protesta del professor Fulvio Ferrario della Facoltà valdese di teologia "Il fatto che il Suo telegiornale abbia colto la ricorrenza del settantacinquesimo anniversario della presa del potere da parte di Hitler come pretesto per un insulto gratuito nei confronti dei 'figli della Riforma' appare notevole persino rispetto agli standard di disinformazione e di bassa apologetica alla quale si è abituati nel nostro paese". Con queste parole il teologo Fulvio Ferrario, professore della Facoltà valdese di teologia di Roma, in una lettera indirizzata al direttore del TG2 Mauro Mazza, ha espresso un giudizio negativo sul servizio andato in onda il 30 gennaio sera nell’edizione delle 20.30 del TG2, sull’ascesa di Adolf Hitler. Il servizio, a firma di Tommaso Ricci, incentrato sul 75esimo anniversario della presa del potere da parte di Hitler il 30 gennaio 1933, si concentrava sul tema del rapporto tra chiese e nazionalsocialismo e, dopo aver segnalato due pubblicazioni recenti, presentava una statistica dalla quale emergerebbe che il successo del partito hitleriano è stato molto più alto nelle regioni a maggioranza protestante rispetto a quelle a maggioranza cattolica. Fulvio Ferrario, nella sua missiva inviata al direttore Mazza, tiene a precisare che: "Il servizio non dice che in occasione delle elezioni tedesche del ’33 era assai più rappresentato il partito cattolico di Franz von Papen, il quale non era un martire della Resistenza, bensì il vicecancelliere del successivo governo Hitler. Già il 20 luglio 1933 tale governo firmerà il Concordato col Vaticano, il che contribuirà a rafforzarlo. Anche questo è omesso da Ricci. Egli ci dice invece, chiudendo il servizio, che il potere sarebbe stato offerto a Hitler 'su un piatto d’argento' dai 'figli della Riforma' che, per fortuna, suggerisce la prosa del giornalista, l’Italia non ha conosciuto: il che peraltro, osservo, non le ha risparmiato il fascismo, anch’esso legato al Vaticano da un Concordato". Tratto dal comunicato stampa NEV - Notizie evangeliche del 31 gennaio 2008 Il papa, "La Sapienza" e la laicità asfittica del nostro paesedi Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia Di fronte a quello che sta succedendo a seguito dell’invito rivolto al Papa a presiedere l’apertura dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma, mi viene in mente solo il vecchio adagio di Gino Bartali: "Tutto sbagliato, tutto da rifare". Purtroppo, nulla si può rifare e si rimane attoniti spettatori dell’ennesimo colpo inferto, da ogni parte, alla asfittica laicità del nostro paese. Le critiche all’iniziativa del rettore vengono - da destra e sinistra, da cattolici militanti e da chierichetti atei - stigmatizzate come violazione della libertà di parola. Tutti - compresi gli ex fascisti e gli ex-comunisti, dunque gli eredi delle culture non liberali - diventano profeti di liberalismo. Il Papa non è un semplice accademico che sostiene tesi controverse o formula ipotesi non condivise da pochi o da molti. Il Papa parla di valori non negoziabili, non formula ipotesi; pretende di esplicitare la verità; si pronuncia non come esponente di una delle varie religioni e confessioni presenti sulla agorà, ma come esperto di umanità in grado di indicare i fondamenti dello Stato e i criteri di una corretta laicità. Il Papa pretende di sapere per tutti noi come si debbano rettamente coniugare fede e ragione. Se vogliamo, il Papa è anche l’ultimo sovrano assoluto per diritto divino. Benedetto XVI bolla la ricerca del pensiero scientifico e filosofico della modernità “post-cristiana” come dittatura del relativismo. Cioè pronuncia una drastica censura nei confronti di quello che è lo spirito della ricerca libera e senza presupposti che spero presieda all’insegnamento nelle nostre università. Benedetto XVI persegue, con grande intelligenza, una strategia di rimonta nei confronti della società laica e pluralista. Tutto questo andava ricordato nel momento in cui lo si invitava. Si doveva sapere che il Papa non viene a discutere o a confrontarsi, ma viene per essere ascoltato con reverenza ed eventualmente accolto con una genuflessione. Si doveva sapere che era legittimo dissentire dall’invito, non perché si è oscurantisti ma perché non si può né si vuole riconoscere la pretesa che egli statutariamente e quindi inevitabilmente porta con sé. Per queste ragioni io non l’avrei invitato a presiedere l’apertura dell’anno accademico. Lo inviterei però, domani stesso, a partecipare come uno dei relatori ad un dies academicus: si darebbe un bellissimo esempio di cosa può essere una università libera e laica e veramente plurale. Perché - sebbene gli italiani, in primis gli atei devoti, di destra come di sinistra, non lo sappiano - qualunque “capo religioso”, persino il Papa, nella democrazia discorsiva è “uno dei relatori”. Nulla di meno - e va detto con forza e io lo faccio con assoluta convinzione - ma neanche nulla di più. Una volta che l’invito - inopportuno a mio avviso - era stato rivolto, il Papa doveva parlare. Il dissenso era legittimo; se il dissenso poneva problemi di ordine pubblico - in una università il dissenso si esprime con il dibattito delle idee e con un po’ di humour - essi dovevano essere risolti come ogni altro problema di ordine pubblico. Nessuno, tuttavia, può essere posto al riparo dal dissenso che si manifesta nelle forme legittime. Tra l’altro, giova ricordare che Gesù si espose sulla pubblica piazza, senza aver prima negoziato con l’autorità le condizioni consone alla sua visita. Anzi parlò senza essere invitato. Ci pensino quelli che nel Papa ravvisano il Vicario e che oggi vedono in lui la vittima di un sopruso. Chi pensava che Benedetto XVI fosse meno capace di “comunicare” del suo predecessore, ha oggi una bella smentita. Non andando alla Sapienza, il Papa diventa una vittima dell’intolleranza laica, la nuova inquisizione lo sta portando al rogo. Bisogna vegliare per lui. Me lo si lasci dire, visto che i miei antenati di inquisizione ne sapevano qualcosa: quando c’è l’inquisizione non si tratta di qualche sberleffo o magari di qualche insulto in mezzo ad un folla compunta e persino adorante. Per giorni non si parlerà d’altro. E anche senza questo incidente, ogni giorno, dalla mattina alla sera, le televisioni italiane (l’Europa e il mondo sono un’altra cosa) parlano del Papa e dei suoi moniti e dei suoi rimbrotti e dei suoi non possumus che vogliono dire “non dovete”. Ora tutti faranno a gara per riparare, per scusarsi, per far vedere che - per quanto atei - si sa dare alla chiesa e al papa il dovuto riconoscimento. Per fortuna le occasioni non mancheranno: c’è una legge sulla libertà religiosa da lasciar sepolta; la 194 da rivedere; il riconoscimento delle unioni civili da non prendere neppure in considerazione; la vita da tutelare. Forse si potrebbe anche porre qualche limite alla diffusione dei contraccettivi. E poi siamo italiani, la fantasia non ci manca, sapremo come farci perdonare. D’altronde, se non abbiamo avuto Lutero, Kant e Jefferson non è colpa nostra. Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 16 gennaio 2008 La laicità è anticlericaleEssere anticlericali non significa essere contro la chiesa di Roma ma contro le ingerenze religiose «Passare dall’autonomia come rifiuto dell’ingerenza alla ricerca della convivenza tra diversi: è qui la nuova frontiera della laicità» ha detto Fausto Bertinotti in un’intervista a La Repubblica (29/11). Più che «nuova frontiera», questo è l’abc della laicità, come ripete da tempo il protestante Jean Baubérot, che ne è uno dei più autorevoli esperti, per il quale «la laicità è un vivere insieme su uno stesso territorio ed essa permette di fare società tra individui e gruppi differenti». È stato così fin dall’inizio nel Paese che ha inventato il termine stesso di laicità. All’inizio, si trattava di permettere la convivenza tra cattolici, protestanti, ebrei e non credenti in un Paese che i papi chiamavano «figlia primogenita della Chiesa» e in cui i non cattolici non avevano diritto di cittadinanza. Per questo, la legge del 1905 istituì «la separazione tra le chiese e lo Stato»: proprio per impedire che una chiesa qualsiasi pretendesse di imporre i propri principi all’intera società, come vorrebbe fare oggi in Italia la Chiesa di Roma in nome del «bene comune». La laicità infatti – dice ancora Baubérot – «è costituita da tre principi essenziali: a) il rispetto della libertà di coscienza e di culto; b) la lotta contro ogni dominio della religione sullo Stato e la società civile; c) l’uguaglianza delle religioni e delle convinzioni, compreso il diritto di non credere». È quanto recita il primo articolo di quella legge: «La Repubblica assicura la libertà di coscienza. Essa garantisce il libero esercizio dei culti». Non dice che la religione viene relegata nel privato, come spesso si sostiene, ignorando sia la lettera sia lo spirito della legge. Anche Bertinotti sembra condividere questo luogo comune quando dice che «non si può pretendere di rinchiudere la fede in un fatto unicamente privato». Non è questo il punto. Piuttosto, come diceva un altro protestante, Paul Ricœur, in una delle sue ultime interviste: «Il merito dell’Occidente [sta] nell’avere dissociato la sfera politica da quella religiosa, non per ricacciare quest’ultima nel privato bensì per collocarla in un pubblico non fornito di potere e posizione istituzionale». E lo diceva dopo aver affermato che c’è «un aspetto dell’America» che gli era «non solo estraneo ma addirittura insopportabile: il fondamentalismo protestante, che consiste nell’attribuire una specie di simbolismo biblico agli avvenimenti politici». E aggiungeva: «Bisogna liberare la politica da criteri che non le appartengono». La Francia di 100 anni fa non era meno cattolica dell’Italia di oggi ma la cultura laica che poco alla volta si è affermata ha fatto sì che la Chiesa cattolica ha accettato di essere parte integrante, ma non egemone, di quella società civile che è lo spazio pubblico dove avviene la discussione sostanziata da specifiche argomentazioni. In questo spazio – che non va confuso appunto con quello politico istituzionale dove i parlamentari, anche cattolici, prendono le decisioni in piena libertà di coscienza – la Chiesa di Roma può legittimamente intervenire, alla pari con tutte le altre associazioni, sforzandosi – come dice Jürgen Habermas (cf. La Repubblica del 30/11), che però lo esige solo per la sfera istituzionale – di «tradurre laicamente» le proprie argomentazioni in modo da renderle comprensibili a tutti.
Se invece si ostina ad affermare fondamentalisticamente che certe questioni etiche sono «non negoziabili», si taglia fuori ipso facto dalla laica «convivenza tra diversi». Infatti, contrariamente a quanto ha detto la senatrice teodem Paola Binetti dopo la bocciatura a grande maggioranza dell’emendamento alla Finanziaria che chiedeva l’abrogazione dell’esenzione Ici sugli immobili di proprietà della Chiesa che svolgono un’attività commerciale («Questa compattezza è il segnale che nel Partito Democratico la cifra della laicità non sarà quella dell’anticlericalismo bensì della ragione, che vuol difendere le attività che servono al bene comune senza fare battaglie ideologiche»), l’anticlericalismo non va confuso con un atteggiamento anticattolico o antireligioso. La laicità ha sempre avuto un carattere anticlericale in quanto è stata e sarà sempre una «sana» reazione contro qualsiasi tipo di clericalismo, sia quello delle gerarchie cattoliche sia quello di chiunque pretenda di imporre la propria visione alla società e allo Stato. Jean-Jacques Peyronel Riforma del 21 dicembre 2007 L'assenza delle Chiese Evangeliche fiorentine all'XI meeting sui diritti umani organizzato dalla Regione Toscana e dedicato alla libertÀ religiosa
Stimatissimi Membri e Collaboratori della Consulta Regionale, Vi trasmettiamo questa nostra presa di posizione, sperando nella Vostra comprensione per le ragioni della nostra assenza. Gent.mo Assessore Toschi, Le scriviamo in merito al XI meeting sui diritti umani organizzato dalla Regione Toscana e dedicato alla libertà religiosa. Come ognuno di noi ha già avuto occasione di fare sia personalmente sia a nome delle comunità di fede che rappresentiamo, le rinnoviamo il nostro più vivo apprezzamento per questa iniziativa e il nostro sostegno personale e comunitario, nonché i migliori auguri per una proficua riuscita. Teniamo tuttavia ad esprimerle il nostro dispiacere per la mancanza di una voce dal mondo evangelico nel pur ricco programma dell’11 dicembre p.v. Ormai siamo abituati a vedere la confessione cattolica chiamata come unica rappresentate del Cristianesimo nei confronti tra le religioni monoteistiche, con la consueta omissione delle componenti evangelica ed ortodossa. Ci colpisce però che questo avvenga anche nell’ambito di una manifestazione sulla libertà religiosa e nel momento in cui è in funzione nella Regione Toscana una consulta per il dialogo interreligioso a cui partecipano una grande pluralità di confessioni e movimenti. Riteniamo che una discussione sul tema della libertà religiosa in Italia dovrebbe includere anche, e forse soprattutto, le confessioni cristiane di minoranza, di cui la componente evangelica per storia religiosa e tradizione e culturale non è certamente parte ininfluente, non fosse altro per quella data del 17 febbraio 1848, l’emancipazione dei valdesi, momento di partenza di un lungo cammino verso l’effettivo godimento del diritto di libertà religiosa nella nostra amata Italia, e per il fatto che ben 5 delle 6 intese sin qui trasformate in legge in adempimento dell’articolo 8, comma 3, della Costituzione, riguardino confessioni evangeliche. Per i motivi sopraindicati abbiamo convenuto di non partecipare al XI meeting sui diritti umani organizzato dalla Regione Toscana e dedicato alla libertà religiosa. Siamo certi che Lei comprenderà le ragioni della nostra assenza ma anche lo spirito costruttivo con cui le abbiamo espresso questo nostro pensiero, che non muta in nulla il nostro giudizio estremamente positivo nei confronti dell’iniziativa, degli organizzatori e suoi in particolare. Cordialmente Per il Consiglio dei pastori di Firenze: Past. Giuliano Giorgi, presidente Chiesa apostolica in Italia Leggi anche il commento di Roberto Davide Papini (PDF) pubblicato sulla Nazione del 9 Dicembre.
Ferma l’attuazione della Costituzione nei rapporti stato-chiesedi Valdo Spini Sono le otto intese firmate appunto il 4 aprile dal Governo Prodi. Alcune di grande rilievo. Si tratta di intese già firmate dai governi precedenti, che venivano ripresentate alla firma della Presidenza del Consiglio, previo eventuale aggiornamento del testo, ove necessario. Queste otto intese non sono però ancora state a tuttoggi presentate dal Governo stesso alla prescritta approvazione del Parlamento nella forma di disegni di legge. Sono rimaste cioè a Palazzo Chigi. Si riferisce che vi sono problemi di copertura. Speriamo che per risolverli non si aspetti l’approvazione della finanziaria, perché altrimenti, a parte le turbolenze politiche, su andrebbe al 2008, e, più passa il tempo, più le cose si fanno difficili. Questo per quanto riguarda l’attuazione dell’art. 8 della Costituzione.
Per quanto attiene invece all’approvazione di una legge generale sulla libertà religiosa (impegno prima di Domenico Maselli e, successivamente, di chi scrive), per l’ applicazione della Costituzione verso tutte le confessioni che non hanno né intese, né concordato, col relativo superamento della legislazione sui culti ammessi, siamo di nuovo fermi. Dopo che, il 4 luglio scorso, il relatore, l’onorevole Zaccaria, ha predisposto e fatto approvare come testo base il suo testo “unificato”, si è svolto un secondo ciclo di audizioni delle confessioni religiose interessate. Esso ha visto una posizione più critica della Conferenza Episcopale Italiana cattolica, rispetto a quella che si era verificata sui testi di partenza, probabilmente da attribuire alla esplicita menzione del principio di laicità dello stato che Zaccaria ha introdotto nel suo testo. Ha detto infatti il segretario della CEI, mons. Betori nella sua audizione del 16 luglio: “suscita anzitutto sorpresa e contrarietà l'introduzione del principio di laicità, addirittura quale fondamento della legge sulla libertà religiosa, e la correlata disposizione secondo cui a tale principio è data attuazione nelle leggi della Repubblica (come reca l'articolo 1, comma 2, del testo base).”(Si ricorderà che il principio della laicità dello stato è stato affermato in una sentenza della Corte Costituzionale). Di fatto sono stati poi presentati un migliaio (!) circa di emendamenti, in prevalenza dalle opposizioni di centro-destra e tutto si è fermato. Il governo, si ricorderà, aveva parlato di presentare un suo testo, ma poi non se ne è fatto di niente, probabilmente, perché, essendosi ormai avviato il cammino della legge, si è riservato di intervenire eventualmente con emendamenti durante il cammino parlamentare. Il tema è di grande rilievo etico ed è poi particolarmente scottante, ma anche urgente, perché darebbe una disciplina generale ai rapporti col mondo musulmano. Come si vede la stessa politica di attuazione della Costituzione nel campo dei rapporti stato-chiese segna il passo. Di fatto la maggioranza di centro-sinistra, aldilà delle buone intenzioni, non si sta mostrando decisa e compatta negli obiettivi e negli strumenti per conseguirli. Un anno di legislatura è abbondantemente passato senza che le iniziative prese si siano concretizzate in leggi approvate. Questi temi erano peraltro abbondantemente compresi nel programma dell’unione. Si può quindi chiedere al governo e alla sua maggioranza di svegliarsi? Credo proprio di sì. È un invito valido in tutti i casi. Se il governo dovesse malauguratamente cadere è bene che abbia fatto quello che deve fare ed avere quindi le sue carte in regola in questa delicata materia. Se invece, come personalmente mi auguro, il governo e la legislatura andranno avanti, si sarà in grado di portare effettivamente all’approvazione questi determinanti e significativi impegni e per dimostrare che lo stato italiano non rinuncia ad attuare la Costituzione nei apporti tra stato e chiese e quindi ad affermare la sua autonomia. Nel frattempo, in sede di discussione del decreto finanziario al senato, è avvenuto che un emendamento presentato dai senatori della neonata Costituente Socialista, per la destinazione ad un piano di edilizia popolare di mezzo miliardo attinto dalla quota dell’8 per mille non attribuito ad alcuna confessione religiosa, sia stato dichiarato pudicamente inammissibile e quindi non sottoposto a votazione. È proprio vero che se lo stato si fa pecora, lupo se lo mangia! In tale contesto, la presentazione, prima del prossimo17 febbraio, di una proposta di legge per trasformare questa ricorrenza in giornata nazionale per la libertà di religione e di coscienza si conferma quanto mai opportuna. Tratto da Diaspora Dicembre 2007
Roma, 5 dicembre 2007 (NEV-CS107) "Finalmente il governo si è preso l'impegno di trovare i fondi necessari per la copertura finanziaria dei disegni di legge sulle otto Intese - due modifiche e sei nuove - firmate lo scorso 4 aprile dalla Presidenza del Consiglio". Preti celibi e pastori sposati: una riflessione protestante sul celibato ecclesiasticoEditoriale del pastore Luca Baratto pubblicato sul numero 46 di NEV-Notizie evangeliche. L'autore, curatore del programma di Radiouno “Culto Evangelico”, prendendo spunto dalle ultime dichiarazioni del cardinale Roger Etchegaray, riflette sul celibato ecclesiastico e spiega i motivi che hanno spinto la Riforma protestante del XVI secolo ad abbandonare tale pratica. Con una domanda finale sulla compatibilità o meno tra l'attuale concezione cattolica del sacerdozio ordinato e l'abolizione del celibato dei preti. Le parole del cardinale Roger Etchegaray sulla possibilità di ordinare dei preti sposati riaprono, a poco più di un anno dalle analoghe affermazioni del cardinale Hummes, la questione più ampia del celibato ecclesiastico. Un dibattito che, da un lato, seguo sentendomi un osservatore esterno, perché l'argomento riguarda una chiesa alla quale non appartengo; dall'altro, rievoca uno dei termini della polemica confessionale tra cattolici e protestanti. Da ragazzo (non molti anni fa), ho ancora fatto in tempo ad avere tra le mani quei pessimi libelli polemici che riducevano l'intera esperienza di Martin Lutero al suo matrimonio con Katharina von Bora: come a suggerire che la protesta del monaco tedesco fosse nata dalla sua bramosia sessuale. Altri tempi, altri libri, altri autori. Oggi la figura di un pastore protestante sposato non fa scalpore, mentre a fare notizia è anche la più debole affermazione sul celibato dei preti. Il celibato ecclesiastico non nasce con il cristianesimo ma si sviluppa al suo interno come regola della chiesa cristiana occidentale. Una disciplina dalla quale la Riforma protestante del XVI secolo decise di allontanarsi, soprattutto per due motivi. Il primo ha a che fare con la testimonianza biblica, sulla cui autorità il protestantesimo ha inteso riformare la chiesa. Secondo la testimonianza delle Scritture il celibato, infatti, non è un valore. Nell'Antico Testamento il matrimonio è un dono che riguarda tutto il popolo di Dio: ci sono sacerdoti, mogli di sacerdoti e, soprattutto, figli e figlie di sacerdoti: la più grande delle benedizioni è infatti avere una progenie a cui testimoniare le grandi cose che il Signore ha fatto. Nel Nuovo Testamento vengono citate le mogli degli apostoli (1 Corinzi 9:5) e dei vescovi (Tito 1:5-7) che, è specificato, per la loro reputazione è meglio che abbiano una sola sposa (1 Timoteo 3:1-6). Insomma, l'imposizione del celibato non trova fondamento nella testimonianza biblica. C'è però una seconda e più ampia ragione che ha spinto i Riformatori ad ammettere il matrimonio dei pastori: una diversa valutazione del mondo secolare. La vocazione cristiana secondo il protestantesimo può essere vissuta soltanto nel mondo secolare: non esistono né luoghi appartati come i monasteri, né condizioni particolari come il sacerdozio, nei quali vivere una fedeltà maggiore di quella che ti consente la vita di tutti i giorni. Per questo la Riforma chiuse i primi e abolì, con l'idea del sacerdozio universale, la distinzione tra clero e laicato. Un pastore si distingue dai membri di chiesa per i doni ricevuti dal Signore, per la preparazione teologica che ha, ma è un laico come tutti gli altri che è chiamato ad esprimere la sua vocazione nella vita di tutti i giorni, accompagnando la sua comunità, e condividendo con essa tutti quei doni che il Signore elargisce: tra questi, il matrimonio, con le responsabilità che esso comporta – la famiglia. In positivo, l'avere famiglia ha sicuramente contribuito a radicare la predicazione dei pastori tanto nelle Scritture quanto nell'esperienza e nei problemi quotidiani; a comprendere la sessualità in termini più positivi; a seguire la complessità dei cambiamenti della società, i diritti di uomini e donne nella società e nella chiesa, tanto che oggi non ci sono solo i pastori e le loro mogli, ma anche le pastore con i loro mariti. E' per questa visione delle cose che, nella discussione sul celibato ecclesiastico, non posso non provare simpatia per i preti sposati e quanti vivono con dolore il conflitto tra la propria vocazione al servizio del Signore e quella a formarsi una famiglia. Certo mi rendo anche conto che parlare di celibato ecclesiastico apre anche questioni che non si risolvono nell'ambito delle scelte personali o nelle leggi, sempre emendabili, della chiesa cattolica. In campo c'è anche la discussione sul concetto di sacerdozio ordinato che nei rapporti tra cattolici e protestanti è la questione delle questioni. Tanto che la domanda cruciale – che non è retorica perché sono realmente interessato ad una risposta qualificata – mi sembra questa: se l'abolizione del celibato ecclesiastico sia compatibile con l'attuale concezione del sacerdozio ordinato. Forse una risposta a questo quesito ci potrebbe dare l'idea di quanto tempo dovrà passare perché un prete sposato possa ritrovare il suo posto nella chiesa di Roma. pastore Luca Baratto Cristiani perseguitatidi Giuseppe Platone, direttore del settimanale Riforma Tra poco s’inaugura a Torino (22-24 ottobre) la «Fiera internazionale dei diritti e delle pari opportunità». Quindi per tre giorni, in Italia, si concentrerà il dibattito internazionale sui diritti per il superamento di tutte le forme di discriminazione indicate dall’Unione europea e basate sul genere, l’orientamento sessuale, l’origine etnica, la religione e le convinzioni personali, l’età e le disabilità. La nostra Commissione sinodale per la diaconia sarà presente a questo importante evento denominato Melting Box con un proprio stand, materiale di informazione e disponibilità al dialogo in una manifestazione che valorizza le differenze. Uno dei dibattiti preliminari alla stessa Fiera dei diritti ha affrontato il tema della persecuzione dei cristiani nel mondo. Un confronto che ha preceduto di poco l’assassinio a Gaza di Rami Ayyad, giovane evangelico battista, gestore della libreria della Società biblica palestinese: un delitto che ci rende attenti al problema della persecuzione contro le minoranze religiose. I dati internazionali sono preoccupanti. In molte regioni dell’Asia si registrano gravissime violazioni nei confronti della libertà religiosa. In India, per fare un solo esempio, l’attività missionaria cristiana è oggetto di violenza sistematica che giunge sino all’omicidio, come nel caso del sacerdote cattolico don Agnos Bara e del pastore protestante Gilbert Raj. Anche in Cina le direttive del Partito impongono la carcerazione per cattolici e protestanti non sottomessi allo Stato, mentre continuano a funzionare a pieno ritmo i campi di concentramento e di tortura per Falun Gong e induisti tibetani (fonte: Asia News). L’Algeria nel 2006 ha approvato una legge che punisce le conversioni all’Islam. In Iraq i cristiani sono il 4% della popolazione e costituiscono – afferma il Consiglio ecumenico delle chiese – il 40% dei rifugiati. La Fiera internazionale dei diritti ha impostato il dibattito sulla persecuzione dei cristiani sostenendo che «garantire la libertà religiosa è la condizione per far maturare democrazia e sviluppo economico». Il nostro giornale è stato invitato a tale confronto. Abbiamo accettato sia come cittadini – perché il superamento delle discriminazioni fondate sulle convinzioni religiose è uno degli ambiti di discriminazione sui quali l’Unione europea oggi ci invita a riflettere e agire – sia come credenti: perché dialogo, confronto, parità nella reciprocità, stabilire ponti è costitutivo dell’ethos protestante. Ma ci pare altrettanto giusto osservare che, proprio perché siamo contrari a ogni forma di discriminazione sul piano religioso internazionale, urge far ordine anche in casa nostra. Nel maggio del 2002 Riforma pubblicava e commentava il «Disegno di legge sulla libertà religiosa». Cinque anni dopo quel disegno, ulteriormente migliorato, giace ancora nei cassetti del Parlamento. Si tratta di una proposta che sottolinea il carattere laico dello Stato e quello pubblico della scuola e prospetta un atteggiamento paritario dello stato nei confronti delle religioni. La discriminazione tra maggioranza e minoranze religiose c’è anche qui. Meno drammatica che altrove ma altrettanto condizionante. Quanti anni dovremo ancora aspettare? Tratto da Riforma del 19 ottobre 2007 L’opposizione al regime militare della Birmania grazie ai
monaci buddhisti dilaga.
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