Rapporti ecumenici ed
interreligiosi
Perche' tacciono i cattolici?
di Giorgio Tourn
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| E’ ormai convinzione di molti che in Italia esistano due cattolicesimi o, più esattamente, che il cattolicesimo italiano si strutturi a due livelli. C’è, ci sarebbe, il livello istituzionale, rappresentato dalla Curia romana, dall’episcopato, dal Vaticano e quello della base, dei credenti con larga parte del clero e molti religiosi. Quale sia il peso, la politica, la teologia dell’istituzione è evidente, trincerata dietro i "valori irrinunciabili" della vita, della conservazione difende con tutti i mezzi il suo potere e il suo prestigio, condiziona la vita civile e politica del nostro paese, sogna restaurazioni da Ancien Régime, per non dire di Pio IX (non a caso santificato). Ma c’è anche l’altro cattolicesimo, quello dei cristiani comuni, che vive la sua religione con serietà, che riflette, che conosce il mondo, a differenza delle gerarchie chiuse nei loro paramenti e nei loro palazzi, che si pone il problema della responsabilità e della professione in termini diversi.
Quale delle due realtà è la Chiesa? Per i media italiani, superficiali e frettolosi, è la prima: la Chiesa che dice, insegna, parla è il papa all’angelus o il segretario di Stato Bertone. L’altra realtà, l’altro cattolicesimo, quello che il Concilio definiva il "popolo di Dio" tace. Perché tace? Molti se lo chiedono senza trovare risposta. Anche gli evangelici se lo chiedono perché il dialogo ecumenico, quando esiste, dopo la cura dimagrante degli ultimi anni, si ha con il secondo cattolicesimo, per il primo gli evangelici sono solo un fastidioso moscerino. Due professori della Facoltà valdese di teologia a Roma, Daniele Garrone (su MicroMega) e Fulvio Ferrario (sul settimanale evangelico Riforma) pongono la domanda rivolgendosi a questi fratelli in fede cristiana invitandoli a parlare, a dire ad alta voce quello che mormorano in segreto a rivendicare il lor diretto ad essere chiesa
24 Febbraio 2010 |
Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 12 febbraio 2010
Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 29 gennaio 2010
Lunedi 18 Gennaio 2010
Inizia la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ecco i principali appuntamenti che coinvolgono la chiesa valdese di Firenze:
- 18 gennaio (lunedì), alle 18, nel tempio di via Micheli, culto di apertura della Settimana con la predicazione di Timothy Verdon (Chiesa cattolica romana)
- 19 gennaio (mercoledi), alle 21, Istituto Stensen, tavola rotonda con la partecipazione di Lothar Vogel (Facoltà valdese di teologia), e di Marco Ricca (CCP “P.M. Vermigli).
Varata la proposta di ristrutturazione della Conferenza delle chiese europee (Kek) proprio nell’anno in cui compie cinquant’anni, il contributo dei protestanti italiani
di Giuseppe Platone
Agosto 2009
Verso il IV convegno ecumenico italiano
Si svolgerà a Siracusa il 7 e l'8 maggio il IV convegno ecumenico italiano che segue quelli di Perugia (1999), Viterbo (2003), Terni (2006). Al centro della riflessione questa volta l'ammonizione paolina “Guai a me se non evangelizzo”: il Convegno raccoglierà infatti “cattolici, ortodossi ed evangelici davanti a Paolo”. Tra le presenze annunciate quella di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (FCEI); di mons. Siluan, vescovo per l'Italia della Chiesa ortodossa di Romania: del prof. Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Le relazioni saranno a cura del teologo valdese Paolo Ricca, di mons. Mariano Crociata e dell'archimandrita P. Evangelos Yfantidis. Il convegno prevede anche una visita ai luoghi della memoria paolina a Siracusa e una preghiera ecumenica nella cattedrale della città. In conclusione lo spettacolo teatrale “L'uomo di Tarso”, di Jobel Teatro.
Il Convegno prevede anche la discussione in gruppi di lavoro su tematiche di grande rilevanza per la testimonianza cristiana oggi: l'immigrazione, i diritti umani, l'ambiente e la povertà.
“Per noi protestanti questo convegno è un appuntamento importante, che ci offre l'occasione di rivisitare ecumenicamente il pensiero e la missione di Paolo, l'apostolo che tanta parte ha avuto nel pensiero luterano e nella tradizione della Riforma. Al tempo stesso ci consentirà di fare il punto, assieme ai nostri fratelli cattolici e ortodossi, sullo stato del movimento ecumenico in Italia e della nostra testimonianza di fronte a grandi sfide etiche e sociali del nostro tempo. In una fase difficile dell'ecumenismo, insomma, rappresenta un'occasione preziosa per ritrovare, nelle parole di Paolo, il senso più profondo della comune vocazione cristiana”.
Roma (NEV), 29 aprile 2009
Itervista a Paolo Ricca: “Unità non vuol dire uniformità. Paolo maestro di ecumenismo” a cura di Luca Baratto
Roma (NEV), 6 Maggio 2009
di Carlo Maria Martini ILSOLE24ORE.COM 11 Aprile 2009
MERCOLEDI' 28 GENNAIO chiesa della " Madonna della Tosse" MOMENTO di PREGHIERA
Alle ore 21.00 nella chiesa della " Madonna della Tosse" (Largo Zoli) si terrà un MOMENTO di PREGHIERA
preparato da
Comunità Parrocchiale "Madonna della Tosse" Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Comunità Islamica di Firenze e Toscana "Amicizia Ebraico - Cristiana" di Firenze
dal titolo
"Ebrei, Cristiani, Musulmani... uniti nella Tua mano" (cfr. Ez. 37,17)
L'iniziativa è la riedizione di una analoga, che ha avuto luogo lo scorso anno e, come indica il titolo, ha lo stesso tema della Settimana dell'Unità dei Cristiani: infatti la preghiera si pone come prosecuzione di tale settimana e delle giornate dell'Amicizia Ebraico - Cristiana ed Islamico - Cristiana, per sottolineare la fratellanza delle tre religioni figlie di Abramo e pregare insieme per il loro cammino comune. Non è motivata dalla recente guerra e non ci saranno riferimenti specifici ad essa.
La chiesa, come lo scorso anno, sarà resa il più possibile aula di preghiera comune, togliendo gli elementi che più la qualificano come luogo di culto cattolico.
La serata sarà articolata in letture di brani scritturali ebraici, cristiani, musulmani e di commenti di tali testi, tratti da scritti rabbinici e di teologi delle varie confessioni cristiane, intervallati da momenti di silenzio. Prima della conclusione leggeremo insieme una preghiera composta nel 2004 da Rav J. Levi.
Non ci sarà spazio per condivisione, interventi , dibattito o preghiere spontanee, per lasciarne solo alla Parola di Dio e alla sua risonanza nel nostro cuore, con la guida di chi quella Parola ha " ruminato" a lungo. Formula che lo scorso anno ha suscitato in tutti i partecipanti una grande emozione ed una profondissima eco.
Dialogo ebraico-cristiano
articolo in uscita sul prossimo numero della rivista Confronti
Due eventi hanno scandito a Firenze la giornata del 17 gennaio. La mattina un piccolo gruppo di cattolici impegnati nel dialogo interreligioso ha partecipato alla liturgia sinagogale dello Shabbath. La sera monsignor Timothy Verdon della Curia arcidiocesana ha guidato una conversazione dedicata all’intervento del rabbino capo di Haifa, Shear-Yashuv Cohen, tenuto in Vaticano a ottobre davanti al Sinodo dei vescovi. Presumo che iniziative di questo genere siano state abbastanza numerose in tutte le città italiane. Anche dai massimi vertici della Chiesa cattolica romana sono state espresse dichiarazioni volte ad affermare la disponibilità al dialogo. Eppure la giornata dedicata dalla Chiesa cattolica al dialogo con l’ebraismo, per la prima volta, dalla sua istituzione nel 1990 non ha visto la partecipazione ufficiale del’Unione delle comunità ebraiche italiane. Non sono bastate le iniziative unilaterali della cosiddetta “base”, né dichiarazioni dei vertici della Chiesa cattolica.
Sono convinto che tale mancata partecipazione non metta tuttavia in discussione un particolare primato che detiene il cattolicesimo nell’ambito del dialogo ebraico – cristiano. Si tratta della dichiarazione Nostra Aetate, promulgata dal Concilio Vaticano II nell’ottobre 1965 e dedicata alle relazioni con le religioni. Il quarto paragrafo di questo documento tratta del rapporto con il popolo ebraico e contiene un’affermazione per certi versi rivoluzionaria: «…gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura». È stato uno dei rarissimi casi in cui un pronunciamento dottrinale della Chiesa cattolica è diventato uno stimolo di riflessione assai forte anche nelle chiese della Riforma. Nell’ambito del protestantesimo storico passarono quasi quindici anni per elaborare un pronunciamento di questo spessore. Nel gennaio 1980 il Sinodo della Chiesa evangelica della Renania affermava: «Crediamo nella permanente elezione del popolo ebraico a popolo di Dio».
La battuta di arresto nel dialogo della Chiesa cattolica con l’ebraismo italiano è associata alla ben nota modifica della liturgia latina del Venerdì Santo promulgata da Benedetto XVI. Il rabbino Giuseppe Laras, a nome dell’Assemblea Rabbinica Italiana, affermava nel suo messaggio datato 6 febbraio 2008 (30 Shevat 5768): «Da parte ebraica, questa decisione del Papa è avvertita come una sconfitta dei presupposti stessi del Dialogo, perché si legittima, adesso anche nella trasposizione della prassi liturgica , un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile».
Come pastore valdese impegnato quotidianamente nell’ascolto delle persone, ho l’impressione che il pronunciamento appena citato esprima bene anche l’insofferenza di molti protestanti italiani. No v’è nulla di razionale in questa mia impressione, è una sensazione che avverto talvolta in occasione di qualche incontro di dialogo ecumenico. Sul piano delle idee non posso dimenticare tuttavia alcuni pronunciamenti del magistero cattolico (per cominciare dalla dichiarazione Dominus Iesus) che negli ultimi anni ha “declassato” le chiese evangeliche a “comunità ecclesiali”. Non voglio però nascondere il fatto che ogni tanto anche dentro di me sorge il desiderio di “convertire” l’altro, in particolare un cattolico o una cattolica romana, alle mie posizioni. L’atteggiamento missionario volto al convincimento dell’altro non ha in sé nulla di sbagliato, a patto che venga dichiarato apertamente prima di iniziare qualunque forma di incontro. I problemi, talvolta estremamente gravi, nascono quando tale atteggiamento è mascherato da un approccio apparentemente dialogico. Il dialogo reale (e non un insieme di monologhi) presuppone invece l’accoglienza, il riconoscimento, l’ascolto dell’altro senza condizioni preliminari, né secondi fini.
Nella dichiarazione appena citata, l’Assemblea Rabbinica Italiana precisa che la pausa di riflessione nel dialogo «concerne elusivamente il dialogo “ebraico-cattolico” e non il dialogo “ebraico-cristiano” in genere, non esaurendosi il Cristianesimo unicamente nella confessione Cattolico-Romana». È la testimonianza di una sensibilità teologica perfettamente in sintonia con l’ecclesiologia protestante. Non credo tuttavia che noi protestanti possiamo interpretare questa precisazione come una nota di merito. Io la leggo nell’ottica di un possibile compito da assumersi. Il compito di rimettere in discussione e forse anche di ricostruire i presupposti teologici dell’intero dialogo ebraico-cristiano. Le linee guida su cui sviluppare questo processo rimangono quelle già indicate dalla Riforma del Cinquecento. La prima di tali linee è la Sola Scriptura che si manifesta tuttora nelle edizioni protestanti della Bibbia con il pieno accoglimento del canone palestinese (ebraico) come norma per la definizione del Primo Testamento cristiano. La seconda invece è il Solus Christus che rimane e rimarrà inevitabilmente il principale nodo del nostro rapporto con il Popolo ebraico.
Pawel Gajewski
settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani 2009
Essere riuniti nella tua mano (cfr. Ezechiele 37,17)
Alcuni principali appuntamenti
Domenica,18 gennaio
alle 18, Chiesa anglicana St.Mark: Vespri ecumenici.
Martedì, 20 gennaio
alle 18, Chiesa avventista del settimo giorno: Dibattito trasmesso dalla Radio Voce della Speranza, “I cristiani di fronte all’ingiustizia economica e alla povertà, con la partecipazione di Paolo Naso, introduzione di Davide Mozzato.
Mercoledì, 21 gennaio
alle 16, Comunità luterana: dibattito “I cristiani di fronte alla crisi ecologica, introduzione di Christian Holtz.
Mercoledì, 21 gennaio
alle 20.45, Auditorium Stensen: tavola rotonda “le chiese cristiane di fronte a vecchie e nuove divisioni, con la partecipazione di Debora Spini, Mario Affuso e Mario Marziale
Venerdì, 23 gennaio
alle 18, Chiesa ortodossa russa: preghiera ecumenica con la partecipazione di Mario Marziale
Domenica, 25 gennaio
alle 17.30, Battistero di S. Giovanni: testimonianza di dialogo e vespri ecumenici con la partecipazione di Pawel Gajewski.
Proiezione del documentario "Il pane della memoria"
A 70 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, lo scambio umano e culurale tra ebrei e cattolici.
Giovedi 13 Novembre 2008 ore 21, Istituto Stensen, Viale Don Minzoni 25/a [locandina&invito]
Sinodo 2008: mancato dibattito sull'ecumenismo
Leggi l'articolo di Ruggiero Marchetti tratto da Riforma del 11 Settembre
Settimana per la pace in Palestina e Israele dal 4 al 10 giugno 2008
Vi partecipano le chiese di 17 Paesi e due organizzazioni ecumeniche internazionali. Da tre anni cresce regolarmente l’interesse per questa Settimana. Quest’anno chiese della Germania, dell’Irlanda, dello Sri Lanka e dell’Ungheria partecipano per la prima volta
Leggi articolo su Riforma
"Commentario" per le relazioni con i musulmani
del Consiglio ecumenico delle chiese
"Questo documento segnala l'avvio di un processo" e invita alla costituzione di un "gruppo congiunto di leader e studiosi cristiani e musulmani". Compito di questo gruppo sarà promuovere "eventi di dialogo" che possano "incoraggiare la cooperazione interreligiosa sia a livello internazionale che negli ambiti locali". Così Rima Barsoum, direttore del programma del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) per il dialogo cristiano-islamico, introduce il documento "Imparare ad esplorare l'amore insieme", licenziato lo scorso 20 marzo.
Il "Commentario" è il frutto di una serie di consultazioni tra le chiese membro del CEC avviatesi nello scorso novembre. In un certo senso questo testo costituisce la risposta ecumenica alla lettera "Una parola comune" elaborata da 138 studiosi islamici di tutto il mondo e proposta all'attenzione dei leader delle chiese cristiane. Ed infatti il Commentario del CEC riprende due temi centrali della "lettera dei 138": l'amore di Dio e l'amore per il prossimo. Il Commentario ribadisce che il dialogo cresce nella consapevolezza di quello che le due grandi tradizioni di fede hanno in comune ma al tempo stesso deve trovare la strada per riconoscere e rispettare i valori che invece continuano a dividere cristiani e musulmani. In questa fase di oggettiva difficoltà dei rapporti tra cristiani e musulmani in diverse aree del mondo, l'iniziativa del CEC apre un nuovo canale di dialogo. Il segretario generale del CEC, pastore Samuel Kobia, parla di "una nuova opportunità per il dialogo interreligioso" che il Commentario intende consolidare.
Giudizi positivi sul testo del CEC anche da parte italiana: "La linea indicata è di apertura fiduciosa a progredire nel dialogo di questi anni – commenta il pastore Giuseppe La Torre, coordinatore della Commissione delle chiese evangeliche per il dialogo con l’islam (CCEDI) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) -. Il documento ha il merito di richiamare quel grande comandamento dell'amore che deve essere vissuto praticamente in ogni società multireligiosa, nel quadro di un sistema di leggi che garantisca a tutti, credenti e non credenti, un sistema giuridico e sociale di effettiva uguaglianza. Una speranza è che i 138 esponenti islamici ai quali il CEC risponde siano la punta di un movimento che sappia convogliare le diverse spinte interne alla loro comunità di fede e che possano promuovere un dialogo a tutto campo: tanto all'interno del mondo musulmano che in rapporto alle altre comunità di fede. L'altra speranza è che non si creino delle polarizzazioni proprio sul tema del dialogo, né in ambito cristiano né in quello islamico".
Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 26 marzo 2008
Il papa riabiliterà Lutero?
Ratzinger ne parlerà a settembre con i suoi allievi
La notizia è stata lanciata dal londinese “Times” ed è stata ripresa anche dalla torinese “Stampa”: a settembre, quando Benedetto XVI dedicherà l’annuale incontro a porte chiuse con i suoi ex allievi allo studio di Martin Lutero e del protestantesimo, potrebbe arrivare una rivalutazione della figura del Riformatore.
06 Marzo 2008, segue su Voce Evangelica
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2008
Meditazione "La preghiera" di Vittorio Subilia
La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si svolgerà, come ogni anno, dal 18 al 25 gennaio 2008.
Il tema della settimana è tratto dalla Prima lettera ai Tessalonicesi (5,17): " Pregate continuamente".
La settimana sarà preceduta dalla giornata del dialogo ebraico - cristiano, Giovedi 17 gennaio.
In tale occasione, alle 18, nella Sala Teatina del Centro Internazionale Giorgio La Pira, via de' Pescioni 3, il rabbino Joseph Levi terrà una conversazione intitolata “Non pronunciare il nome del Signore Dio tuo invano” (Esodo 20,7).
Principali appuntamenti della settimana di preghiera:
- Venerdì, 18 alle 18, Chiesa anglicana St. Mark’s: vespri presieduti dal reverendo Laurence MacLean, con gli interventi del pastore Mario Affuso, del padre Nikoloas Papadopoulos e del monsignore Timothy Verdon.
- Sabato, 19 alle 18, Chiesa ortodossa russa: vespro celebrato dai presbiteri di tutte e chiese ortodosse fiorentine.
- Lunedì, 21 alle 21, auditorium “Stensen”: tavola rotonda dedicata alla preghiera nelle diverse tradizioni di spiritualità cristiana, con la partecipazione del monsignore Dante Carolla, del diacono Ionut Coman e del pastore Pawel Gajewski.
- Martedì, 22 alle 18.30, Chiesa episcopale americana St. James, serata di preghiera animata dai ragazzi (8-15 anni).
- Mercoledì, 23 alle 17, Comunità luterana, incontro ecumenico con la partecipazione di Christian Holz, Marco Bontempi e del pastore Davide Mozzato.
- Venerdì, 25 alle 18, Badia Fiorentina, vespri ecumenici con la condivisione delle diverse esperienze di vita comunitaria e di preghiera; in questa occasione Debora Spini, vice-presidente del Concistoro Valdese, presenterà la figura di Tullio Vinay e l’esperienza del centro ecumenico di Agape (Prali, in provincia di Torino).
Sabato, 26 gennaio, alle 18, sempre nella Sala Teatina in occasione della giornata del dialogo islamico – cristiano si terrà la conferenza di Giovanni Yahya Nicotera “Il ricordo di Dio e la preghiera dei cuori”, introdotta dal pastore Pawel Gajewski
Messaggio di Natale del segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese
Pastore Samuel Kobia
Durante la visita che abbiamo compiuto a Betlemme all’inizio di quest’anno, io e mia moglie abbiamo visto i campi ondulati dove dei poveri pastori udirono gli angeli proclamare questa straordinaria notizia:
«Oggi nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore!».
Stavamo all’ombra del gigantesco muro che separa la Palestina da Israele, e ho pensato al Dio della Creazione che ha scelto di vivere in mezzo a noi – completamente vulnerabile, come soltanto un bambino può esserlo.
Alzando lo sguardo verso il cielo aperto sopra il nostro mondo separato con muri, ero colpito dalla maestà e dal mistero di questo canto degli angeli:
«Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!».
Dai campi dei pastori, allora come oggi, viene il tema della Convocazione internazionale ecumenica per la pace, organizzata dal Consiglio ecumenico delle chiese, prevista per il 2011: «Gloria a Dio e pace in terra». Crediamo che, come nel canto degli angeli, questi due sentimenti rappresentano un’armonia spirituale.
La rivelazione della gloria di Dio ci spinge a ricercare la pace nel mondo intorno a noi. Entrando al servizio di Cristo impegniamo noi stessi in una spiritualità di resistenza, sfidando la spirale di violenza che minaccia il nostro pianeta. Perché Dio è Uno, e infinitamente misericordioso, siamo chiamati a costruire comunità di pienezza, di giustizia e di pace.
Il mio augurio per voi in questo Natale è che voi possiate udire di nuovo il canto degli angeli, e abbracciare con rinnovata energia la visione che esso annuncia. Possa la conoscenza della gloria di Dio riempire i nostri cuori e le nostre menti, la nostra anima e il nostro spirito. Possa la sicura e certa speranza di questo tempo trasformare le nostre vite, le nostre case, le nostre società, il nostro mondo.
E possa la benedizione del Dio Uno e Trino essere con noi tutti, oggi e sempre.
Pastore Samuel Kobia
(Traduzione dall’inglese di Jean-Jacques Peyronel)
Tratto da Riforma del 21 Dicembre 2007
La "santa alleanza"
Chiesa cattolica e chiese ortodosse potrebbero accordarsi sul primato pontificio Il dialogo ecumenico, secondo Roma, è a due velocità: quella tra le «vere chiese» cattolica romana e ortodossa e l’altra con il mondo protestante sempre più isolato.
Il cardinale Walter Kasper, responsabile vaticano per l’ecumenismo, lo va ripetendo da tempo: il cammino verso l’unità della chiesa viaggia a due velocità. Roma e l’ortodossia sono «chiese propriamente dette» e quindi possono dialogare alla pari; inoltre, queste due famiglie ecclesiali si sentono unite in quella che qualcuno ha chiamato una «santa alleanza», contro la secolarizzazione dell’Europa, che promuove l’aborto, l’eutanasia, il libertinismo etero e omosessuale e altre nefandezze. Con il protestantesimo, invece, è tutto più difficile: intanto, quelle evangeliche, come ormai tutti sanno, non sono chiese, ma qualcosa d’altro: non hanno veri vescovi (neanche quelle che hanno capi che si definiscono in tal modo), né veri pastori (figuriamoci: consacrano al ministero persino le donne), né veri sacramenti. Sembrano chiese, ma non lo sono. Inoltre, molte di esse si sono accodate all’immoralità dilagante. Le più estremiste addirittura la benedicono, per esempio nella forma delle unioni omosessuali.
Naturalmente bisogna dialogare anche con loro, non è detto che non tornino sulla retta via: Kasper ha espresso a esempio la speranza che, in occasione del quinto centenario della Riforma (2017), luterani e cattolici possano dire qualcosa di positivo (per lui, Kasper), sul ministero episcopale e anche su quello che a Roma piace chiamare «ministero petrino». Negli auspici del cardinale, cioè, l’anniversario della Riforma dovrebbe coincidere con il funerale del protestantesimo, naturalmente celebrato in forma ecumenica. Quindi: avanti tutta con gli ortodossi, in attesa della conversione dei protestanti. Per la verità, ci sono anche gli evangelical. Essi, secondo Roma, hanno una visione della chiesa assai bizzarra, peggiore, se possibile, di quella dei protestanti «classici». Questi ultimi, però, dovrebbero prendere esempio dall’etica degli evangelical, assai meno servile nei confronti delle perversioni della modernità, semmai persino troppo rigida: solo Roma, come si sa, possiede infallibilmente l’equilibrio richiesto da Dio e dalla storia.
Per la verità, alcuni problemini restano anche con gli ortodossi: per esempio il papato, con relativo dogma dell’infallibilità. Roma, però, è paziente. Il recente documento cattolico-ortodosso di Ravenna, reso noto poche settimane or sono, apre, secondo alcuni, interessanti prospettive. Il titolo non appare particolarmente accattivante: Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Roba da specialisti, si direbbe. Lo è, in effetti. Ma, con buona pace di chi, anche nelle nostre chiese, ritiene che la teologia sia un’esercitazione accademica fine a se stessa, produttrice di formule astratte e alla fine irrilevanti, a volte i testi dottrinali pongono le basi di processi capaci di plasmare la storia. Il documento di Ravenna argomenta a partire dall’autorità della tradizione, assai più che da quella della Scrittura: dati i firmatari, ciò non può stupire del tutto. La Bibbia è oggi letta anche nel cattolicesimo, come protestante l’ho constatato ripetutamente e ne sono stato realmente edificato. Un testo come questo, tuttavia, mostra con chiarezza che il pungolo critico del testo biblico, la sua protesta nei confronti del costituirsi di un apparato ecclesiastico gerarchico e autoritario, sono completamente censurati.
Conta invece il fatto che la tradizione stabilirebbe un «ordine canonico» e che, in esso, la chiesa di Roma e il suo vescovo occuperebbero il primo posto. Le chiese ortodosse si dicono d’accordo con l’idea di tale primato, il che ha indotto alcuni a intravedere l’alba di un futuro accordo su qualche forma di esercizio del papato. In realtà, i problemi di sempre restano. Il numero 41 del documento è chiaro: cattolici e ortodossi «non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze storiche (…) per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma». E poi, naturalmente, non sono d’accordo sugli sviluppi del papato nel secondo millennio, culminati nel dogma dell’infallibilità. Intanto, però, si parla di primato. Non si tratta, per Roma, di un importante tema teologico: è una vera e propria ossessione. Già il fatto che se ne parli, è motivo di ampia soddisfazione. Poi, si può dire quel che si vuole: per esempio che «primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti» (n. 43), o che il vescovo di Roma non ha convocato né presieduto i concili ecumenici dei primi secoli. Va tutto bene, purché, intanto, si discuta del primato. Poi, col tempo si vedrà.
Non sono affatto sicuro che, sulle questioni teologiche, un effettivo consenso sia imminente. Piuttosto, verrà approfondita l’idea delle «due velocità» e accelerato il processo di coordinamento della presenza culturale e politica in Europa, almeno se l’intervento cattolico nei paesi di tradizione ortodossa non determinerà incidenti simili a quelli verificatisi nel passato. L’isolamento protestante all’interno del movimento ecumenico è da considerarsi più che probabile. Di per sé, la cosa non costituirebbe necessariamente una sciagura. I protestanti sono abituati, quasi dappertutto, a essere minoranza: magari non microscopica come da noi, ma sempre minoranza. L’essenziale sarebbe che riscoprissero la passione di pro-testare, cioè di testimoniare le ragioni della Riforma (che sono poi quelle dell’evangelo), contro l’arroganza delle gerarchie ecclesiastiche di varia provenienza. Non si tratta affatto di essere servili nei confronti della modernità: anche a essa, può solo essere annunciata la parola della croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani. Questo è il nostro messaggio. La democrazia, il pluralismo e anche i diritti civili dei gay vengono dopo. Dove la parola della croce risuona, però, essa crea anche spazio per i diritti degli uomini e delle donne e sì, per la libertà, delle anime e dei corpi. La croce del Figlio di Dio è liberante. Le croci dorate dei gerarchi ecclesiastici di varie confessioni lo sono assai meno. Se per dirlo bisogna per forza essere minoranza, lo saremo volentieri.
Fulvio Ferrario Tratto da Riforma del 30 novembre 2007
ECUMENISMO DOPO SIBIU
Le delegazioni delle chiese cattolica, ortodossa e protestanti italiane che hanno partecipato alla Terza Assemblea Ecumenica (Sibiu, Romania, 4-9 settembre 2007) si sono incontrate ieri, 19 novembre, a Roma per una valutazione e un rilancio dell'iniziativa ecumenica a livello nazionale.
L'incontro è stato presieduto congiuntamente dalla pastora Letizia Tomassone, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e coordinatrice della delegazione protestante a Sibiu, e da mons. Vincenzo Paglia, presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (CEI). L'introduzione ai lavori è stata a cura di mons. Armando Dini. Al termine dell'incontro le delegazioni hanno diffuso il seguente comunicato stampa congiunto:
"La discussione vivace si è radicata alle esperienze ecumeniche vissute nelle chiese locali. E' la dimensione locale che può dar corpo a iniziative di livello nazionale.
Sono state poste all'attenzione alcune proposte che nascono da percorsi ecumenici già attivi:
- un documento già elaborato a più voci che, prendendo spunto dalla risoluzione di Sibiu rispetto ai migranti in Europa, denuncia l'illegittimità dei centri di detenzione temporanea;
- la proposta di formare una Rete Ecumenica per la Pace in Italia, in vista della grande assemblea ecumenica che concluderà nel 2011 il Decennio del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) contro la violenza;
- in alcune città italiane è già attivo un Consiglio delle Chiese cristiane, e ci si è interrogati sulla possibilità di allargare questa esperienza;
- la Giornata Mondiale di Preghiera portata avanti dalle associazioni delle donne è un esempio di come si lavora già da tempo insieme;
- la necessità di confrontarsi su temi legati alla pastorale ecumenica: matrimoni interconfessionali, riconoscimento reciproco del battesimo e percorsi di catechesi;
- la proposta di istituire alcuni tavoli interdenominazionali di discussione per affrontare insieme i modi in cui decliniamo nella pratica la nostra fede: dai temi legati alla legalità e alla costruzione democratica della società, ai temi della bioetica.
Su tutti questi temi, che hanno dato origine a una buona discussione tra i delegati, si lavorerà nei prossimi mesi.
In vista della prossima Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2008) che conta cent'anni dalla sua istituzione, si è posto l'accento sulla necessaria ricostituzione di relazioni basate sulla fiducia reciproca.
La preghiera comune, il confronto serio, l'esprimere ognuno la propria diversa ecclesiologia, sono frutti di un ascolto reciproco che lascia spazio alla diversità dei linguaggi. Ascolto reciproco e possibilità di fiducia nelle relazioni sono la base di un dialogo che non nasce dalla volontà delle chiese ma dalla vocazione di Dio a lasciarci riconciliare in Cristo".
Roma, 20 novembre 2007 (NEV-CS101)
Assemblea-Sinodo 2-4 Novembre 2007
La quarta sessione congiunta del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste e dell’Assemblea generale dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI), riunita a Roma e Ciampino dal 2 al 4 Novembre 2007, ha affermato che “le ripetute prese di posizione di istanze magisteriali cattolico-romane, che negano a quelle protestanti la qualifica di chiese cristiane, rischiano di condurre l’intero movimento ecumenico in una condizione di stallo dalla quale non sarebbe facile uscire”.
Sottolineando l'importanza dell'approvazione della legge sulla libertà religiosa, l'Assemblea-Sinodo ha affermato che la “laicità dello stato costituisce, oltre che una caratteristica essenziale di una società democratica, anche il necessario contesto per una predicazione libera e responsabile”.
L'assise ha inoltre approvato un articolato documento dal titolo “Chiese, società e cultura nell'Italia di oggi: un contributo protestante”, che riflette sulle questioni dell'ecumenismo e della laicità dello Stato.
Roma, 4 novembre 2007 (NEV-CS98)
Prossimi avvenimenti di Novembre e Dicembre
Martedì, 6 novembre alle ore 21.00, presso la Sala della Cassa di Risparmio di Firenze, via Folco Portinari 5, Amicizia Ebraico- Cristiana e l’Associazione Dialoghi invitano all’incontro intitolato Scienza e fede.
Martedì, 13 novembre, alle ore 19.45, “Passi di Pace” da Piazza Santa Croce a Palazzo Vecchio, camminata in meditazione, a cura dell’Associazione “Un tempio per la pace”; alle ore 21.00, nella Sala Incontri del Palazzo Vecchio, preghiera per la pace (Pace e amore).
Dal 1 al 15 dicembre, la Chiesa Avventista festeggia l’inaugurazione del nuovo locale di culto.
Domenica, 2 dicembre, presso i locali della Chiesa Avventista una tavola rotonda in occasione del 400° anniversario della Bibbia di Diodati.
Dal 15 al 16 dicembre, in via Manzoni 21, bazar organizzato da Amnesty International.
Domenica 21 Ottobre
dalle ore 10.00, in piazza SS. Annunziata: festa dei
ragazzi ebrei, cristiani e musulmani, intitolata
“Insieme la vita è più bella”.
Sono almeno duemila i ragazzi tra i 6 e 14 anni che domenica riempiranno Firenze del loro entusiasmo e della voglia di "scavalcare" - osserva il responsabil valdese Davide Buttitta - anche l'incapacità degli adulti che prò su di loro "scommettono". Cristiani, ebrei, musulmani da ogni cità e dai paesi della Toscana daranno vita a “Insieme la vita è più bella” seconda volta di una iniziativa nata dalla collaborazione tra la Delegazione regionale toscana dell'Azione Cattolica, le Comunità Ebraiche e Islamiche della Toscana, le Chiese Evangeloche e Ortodosse di Firenze e della Toscana, l'Opera per la Gioventù "Giorgio La Pira" e l'Amicizia Ebraico-Cristiana con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia e del Comune di Firenze e la partecipazione al progetto 'Costruire Ponti' promosso dal Cesvot.
Tratto da "La Nazione" 18 Ottobre 2007
Venerdi 19 Ottobre
ore 17.30 Via Manzoni, 19a/21 Conferenza - dibattito su ''Prospettive ecumeniche dopo la III Assemblea Ecumenica Europea'' Sibiu 4-9 Settembre 2007 organizzata dal Centro Culturale
Protestante "P.M.Vermigli
leggi il programma
Il silezio su Sibiu
Nei giorni scorsi di è svolta
a Sibiu, in Romania, la Terza assemblea ecumenica europea,
che segue quelle di Basilea (1989) e Graz (1997). Essa è
stata organizzata dalla Conferenza delle chiese europee, che
riunisce le principali chiese protestanti e ortodosse, e dal
Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa, che
rappresenta la Chiesa di Roma. Questi incontri europei non
sono congressi di teologi, bensì eventi che intendono
radunare quanti si impegnano, in ambito ecumenico, a livello
di base, condividendo la preghiera e il lavoro sui grandi
temi della pace, della giustizia, della salvaguardia del
creato, in questa Europa che, alquanto faticosamente, cerca
di crescere come realtà non solo economica, ma anche
culturale.
Sibiu è una cittadina nella
quale da sempre, per complesse ragioni storiche, convivono
diverse confessioni e diverse culture e per tale ragione
costituisce in se stessa un simbolo ecumenico. Essa è anche
piuttosto piccola, il che non ha permesso un grande meeting
di massa: i delegati erano comunque alcune migliaia, tra i
quali moltissimi giovani. La speranza è che l'assemblea, come
le due che l'hanno preceduta, rilanci il lavoro comune tra le
chiese nelle realtà locali, in un momento particolarmente
difficile per l'ecumenismo. Raggiungere tale obiettivo
sarebbe più facile se i mezzi di comunicazione di massa si
fossero degnati di dedicare un poco, di attenzione a un
evento preparato da anni e ai temi che, esso ha inteso
proporre, all'attenzione. Il silenzio, invece, è stato
piuttosto impressionante, a parte l'informazione propriamente
religiosa.
Colpisce, in particolare, il
confronto con la vera e propria overdose di dirette
televisive, paginoni di quotidiani e commenti più o meno
autorevoli che ha caratterizzato il recente meeting giovanile
di Loreto, guidato dal papa. La stampa italiana cosiddetta
laica e le televisioni, statali e private, sono più
confessionali dell'Avvenire (il giornale dei vescovi) e
dell'Osservatore Romano (quello del Vaticano). Chi in Italia
lavora per l' ecumenismo è abituato al fenomeno e dunque non
se ne spaventa. E innegabile, tuttavia, che esso testimoni un
provincialismo culturale gretto e servile che, tanto più in
prospettiva europea, sarebbe tempo di superare.
Past. Fulvio Ferrario
tratto dalla Rubrica «In cammino verso l'unità della chiesa»
della trasmissione di Radiouno «Culto
evangelico» curata dalla Fcei, andata in onda domenica 9
settembre e pubblicato sul settimale Riforma del 14 settembre
2007
III Assemblea ecumenica europea di Sibiu
Conclusa con una
celebrazione comune di testimonianza. In primo piano i temi
della pace e della giustizia.
Letizia Tomassone,
coordinatrice della delegazione evangelica italiana: è
necessario dare più voce al popolo di Dio Si è conclusa ieri,
9 settembre, con una celebrazione di testimonianza comune, la
Terza Assemblea ecumenica
europea (AEE3), convocata congiuntamente dalla Conferenza
delle chiese europee (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze
episcopali europee (CCEE) sul tema: "La luce di Cristo
illumina tutti. Speranza di rinnovamento e unità in
Europa".
L'evento ha visto riuniti
2100 anglicani, cattolici, ortodossi e protestanti che dal 4
al 9 settembre si sono confrontati a Sibiu in Romania su temi
quali l'integrazione europea, il dialogo interreligioso, le
migrazioni, la salvaguardia del Creato, la giustizia e la
pace, l'unità, la spiritualità, la testimonianza comune. La
sessione di chiusura ha elaborato un messaggio finale con
dieci raccomandazioni, indirizzato alle chiese, all'Europa e
al mondo.
"Il viaggio a Sibiu ci ha
permesso di rinforzare i legami ecumenici già esistenti e di
crearne di nuovi", ha dichiarato al suo rientro la pastora
Letizia Tomassone, coordinatrice della delegazione
protestante italiana. Tracciando un primo bilancio
dell'evento, ha sottolineato la convergenza emersa nel corso
dei lavori sui temi della giustizia e della pace: "Come si
evince anche dal messaggio finale dell'assemblea, che cita il
rifiuto incondizionato della guerra e che menziona le
responsabilità europee nei confronti dell'Africa, molta
importanza è stata accordata ai temi legati alla pace e alla
giustizia, temi sui quali le stesse chiese italiane avranno
da attivarsi molto nei prossimi mesi".
La delegazione italiana a
Sibiu - composta da protestanti, ortodossi e cattolici, tra
tutte la più numerosa con i suoi 121 componenti, ma anche
l'unica ad arrivare unita all'AEE3 – si è già data
appuntamento a novembre per lavorare insieme sulle possibili
ricadute dell'AEE3 in Italia, ha riferito Letizia Tomassone.
Per quanto riguarda le
modalità del dibattito assembleare Letizia Tomassone ha
notato che "un problema evidente dell'AEE3 si è rivelato
essere quello della partecipazione diretta dei delegati,
ridotti troppo spesso a meri spettatori". La mancanza di
adeguati tempi di discussione rilancia, secondo la pastora
Tomassone, "il tema della partecipazione del popolo di Dio
nell'elaborare la predicazione dell'Evangelo per l'oggi. Una
questione che, in fondo, è quella del sacerdozio universale o
della visibilità di tutte le azioni portate avanti
intensamente nelle chiese da laici, movimenti, organizzazioni
o persone consacrate. Tema che mi appare oggi, dopo Sibiu,
più centrale di quello classico dell'unità visibile della
chiesa". Infine Letizia Tomassone si è rallegrata per la
presenza dei giovani, "una presenza visibile, qualificata ed
incisiva, tant'è che il documento da loro elaborato è stato
accolto e fatto proprio dall'AEE3".
- Ascolta e leggi il "diario
da Sibiu" su Radio Voce della Speranza
- Comunicati
stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in
Italia (FCEI)
- Gioachino Pistone, La luce di
Cristo e alcune ombre, pubblicato su Riforma del 12
Settembre
Comunicato a cura
dell'Agenzia NEV -
Notizie evangeliche del 10 settembre 2007
Il sinodo discute sull'ecumenismo
Durante il sinodo
delle chiese valdesi e metodiste in corso dal 26 al 31
Agosto a Torre Pellice (TO) c'è stato anche il dibattito suii
rapporti con la chiesa cattolica dopo la nota vaticana Il
teologo valdese Paolo Ricca: "Il nostro essere chiesa dipende
solo dal giudizio di Dio." Riprendiamo dal comunicato stampa
del del 28 agosto 2007 a cura dell'Agenzia
NEV - Notizie evangeliche il seguente testo.
In dirittura d'arrivo un
documento del Sinodo che riafferma la centralità
dell'ecumenismo Dissentire senza disertare. Si potrebbe
riassumere così la discussione sull'ecumenismo in corso al
Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si sta svolgendo
a Torre Pellice (TO).
Tema principale dell'assemblea di quest'anno, il dibattito ad
ampio raggio ha tuttavia dato particolare enfasi al documento
vaticano della Congregazione per la dottrina della fede dello
scorso luglio, nel quale si sosteneva che la chiesa di Cristo
sussiste unicamente nella chiesa cattolica.
"Credo che le dichiarazioni
vaticane sulla natura della chiesa vadano prese sul serio
– ha dichiarato il teologo Paolo Ricca nel corso di una
conferenza stampa – e che ad esse si debba replicare
per ribadire che il nostro essere chiesa dipende
esclusivamente dal giudizio di Dio. Questa parola di dissenso
va pronunciata", ma non deve essere accompagnata da una
"diserzione" dall'impegno ecumenico. "Mi auguro – ha
anzi affermato Paolo Ricca – che il nostro impegno
ecumenico venga riaffermato 'senza se e senza ma', per
continuare il percorso iniziato con quella straordinaria
realtà del cattolicesimo ecumenico nato in parrocchie, gruppi
e monasteri", egualmente preso in contropiede dal documento
vaticano.
Parlando più in generale del rapporto tra chiese protestanti
e chiesa cattolica, Paolo Ricca ha sottolineato che "sono
molte di più le cose che ci uniscono di quelle che ci
dividono, non solo da un punto di vista quantitativo, ma
anche qualitativo. Ci unisce la fede nel Dio trinitario, in
Cristo vero Dio e vero uomo; i cristiani tutti condividono lo
stesso credo". Per Paolo Ricca, però, è proprio questa realtà
che il documento della Congregazione per la dottrina della
fede dimentica con troppa facilità: "Il documento vaticano
trova mancanti noi protestanti riguardo alla successione
apostolica e per questo nega che le nostre comunità possano
essere chiamate chiese. Ma può un elemento che neppure
compare nel credo cristiano, com'è il caso della successione
apostolica, annullare la comunione di fede nel Dio
trinitario? E' proprio qui il vero scandalo della nota
vaticana".
Durante la discussione
sinodale è stata ricordata l'ormai imminente Terza assemblea ecumenica di
Sibiu (Romania), promossa congiuntamente dalla Conferenza
delle chiese europee (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze
episcopali europee (CCEE), che si terrà dal 4 al 9 settembre
prossimo. E' stato espresso l'auspicio che a Sibiu possa
prendere la parola "il popolo di Dio" e che l'Assemblea possa
essere utilizzata come una risorsa per l'ecumenismo in
Italia.
Un appello a mantenere fermo
l'impegno ecumenico dei protestanti italiani è giunto anche
dal pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione
delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), nel suo saluto al
Sinodo ha affermato: "L'ecumenismo per noi non è un gioco, ma
una tradizione", invitando il Sinodo a sostenere il cammino
dell'Assemblea di Sibiu.
Leggi
l'Ordine del Giorno del Sinodo sull'Ecumenismo
Cristo come unico riferimento
Roberto Davide Papini
Tutto sommato Joseph Ratzinger e la Congregazione della
Fede andrebbero ringraziati. Già, perché nelle
“Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la
dottrina sulla Chiesa” i vertici della Chiesa cattolica
romana hanno il merito della chiarezza, della coerenza (che
solo nella Chiesa di Roma ci siano “tutti gli elementi
della Chiesa istituita da Gesù” è concetto detto e
ridetto da Ratzinger) e anche quello di riportare alla realtà
molti di noi protestanti, immersi in un sogno nel quale ci
siamo fatti un’idea del cattolicesimo decisamente
parziale.
Un po’ per pigrizia, un po’ perché ci fa
piacere sentirci dire quanto siamo bravi e simpatici (e
scoprire con soddisfazione quanti fedeli di Santa Romana
Chiesa versano l’8 per mille per sostenere i progetti
valdesi), troppo spesso preferiamo dialogare con i prelati e
i teologi più aperti, o anche talvolta addirittura con
esponenti cattolici che di cattolico sembrano aver poco:
contestano l’autorità del Papa, rifiutano il culto
mariano, di quello dei santi non vogliono sentir parlare,
farebbero volentieri a meno della dottrina della
transustanziazione. Estremizzo un po’, certo, ma spesso
è sulla parte più aperta e dialogante che ci costruiamo
l’immagine della Chiesa cattolica romana che più ci
piace e diamo spesso vita a surreali incontri ecumenici tutti
passati a dire quanto andiamo d’accordo. Alle volte
penso che se un extraterrestre assistesse a un incontro della
Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ne
uscirebbe disorientato e perplesso chiedendosi: “Ma
questi perché sono separati?”. Già… perché? Il
punto è che (tranne lodevoli eccezioni) noi non siamo più
capaci di dirlo con chiarezza ai nostri fratelli cattolici e
nemmeno all’opinione pubblica che sarà certo bombardata
dalla propaganda vaticana, ma che troppo poco facciamo per
raggiungere e informare sul perché ci siamo, sul senso della
nostra esistenza. Ecco perché Ratzinger va ringraziato: il
suo ribadire che le nostre non sono Chiese ci risveglia dal
torpore di un malinteso ecumenismo. Sarebbe sbagliato e
ingenuo, infatti, immaginare una base cattolica aperta e
progressista contrapposta alla linea conservatrice delle
gerarchie. Le cose che dice Ratzinger sono condivise da tanti
fedeli cattolici, basta navigare sui siti, leggere i giornali
o ascoltare le emittenti di matrice cattolica. Ecco, è anche
con questa parte del mondo cattolico, quella che ci piace
meno e non è per nulla marginale, che dobbiamo dialogare.
Anzi, direi che è soprattutto con loro che dobbiamo
confrontarci. Perché, in fondo dialogare solo con coloro che
ci danno ragione e la pensano come noi, che senso ha? Non è
più necessario il confronto con chi è più lontano dalle
nostre posizioni?
E i nostri interlocutori privilegiati (per altro piuttosto
silenti in questa occasione) che fine fanno? Li buttiamo a
mare, li escludiamo dal dialogo? No, al contrario,
l’impegno verso di loro deve essere rafforzato, ma in
maniera un po’ diversa da quanto fatto finora, ovvero
considerando la realtà per quello che è e non in base ai
nostri desideri. Dice benissimo Daniele Garrone, commentando
il documento pontificio: “Questa saccente perentorietà
non frenerà il nostro impegno ecumenico. Lo renderà molto più
difficile per i cattolici, a cui viene ricordato che la loro
coscienza è vincolata ai pronunciamenti del magistero”.
Ecco, appunto, ricordiamoglielo anche noi, mettiamo in luce
certe contraddizioni, perché certe posizioni richiedono poi
il coraggio delle conseguenze. Come dice Garrone, “a
loro diciamo: rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza
paura, perché in virtù del vostro battesimo e della vostra
fede, la vostra coscienza è resa libera da Cristo e in
Cristo”.
A testa alta e senza paura: così il dialogo ecumenico può
crescere, ricordando sempre che, comunque, l’unità
della Chiesa non è qualcosa che possiamo stabilire noi a
tavolino, cercando accordi o punti in comune, come se fossimo
in una trattativa politica o sindacale. Come scriveva
Vittorio Subilia nel 1964 “l’unità della Chiesa
non è un elemento ecclesiastico, di cui la Chiesa abbia la
disponibilità e che possa regolamentare”, ma
“consiste nel fatto che la Chiesa si riferisce a un
unico punto di riferimento”. Scegliamo, dunque, Cristo
come unico punto di riferimento, senza preoccuparci troppo
(anzi per nulla) delle classifiche e delle patenti attribuite
da Ratzinger.
Tratto dal Riforma
del 27 luglio 2007
Sul ripristino
del latino nella messa
Paolo Riicca
L’attuale papa ha dunque ripristinato la messa
in latino. Come possiamo interpretare questa strana
decisione? Può avere delle ripercussioni sul dialogo
ecumenico che, come evangelici, faticosamente portiamo avanti
in Italia? Spero che questa mia curiosità incontri anche
quella di altri lettori di Riforma. Non possiamo ignorare
quello che di rilevante succede nella chiesa cattolica, ma
occorre interpretarlo. E qui i pareri divergono.
Daniela Brusco – Poirino (To)
Con tutte le cose interessanti, importanti e allarmanti
che accadono oggi nel mondo, è davvero deprimente e anche un
po’ irritante doversi occupare della messa in latino.
Non l’avremmo mai fatto se l’attuale pontefice
non l’avesse ufficialmente ripristinata, suscitando il
solito polverone di consensi («di quattro contesse fasciste»,
m’ha detto, a caldo, un amico cattolico, ma anche
– aggiungo – di numerosi teologi di corte) e
dissensi di tanti cattolici, compresi alcuni vescovi
coraggiosi che però, benché sconcertati, essendo legati al
voto di ubbidienza, ubbidiranno al papa piuttosto che alla
loro coscienza. «Come interpretare questa strana decisione?»
si chiede la nostra lettrice. La interpreterò con tre
considerazioni, tra le molte che si potrebbero e dovrebbero
fare.
1. Lo scopo immediato del ripristino della messa in latino
è «ricucire» con i cattolici della Fraternità fondata, dopo
il Concilio, da mons. Marcel Lefebvre che, come si ricorderà,
rifiutò non solo la riforma liturgica voluta e attuata dal
Vaticano II, ma anche tutte le altre riforme conciliari
– in una parola rifiutò in blocco il Concilio e il
cattolicesimo conciliare. Perciò fu dichiarato scismatico
– lui e tutti i suoi seguaci. Questo scisma interno
alla chiesa cattolica è continuato anche dopo la morte del
protagonista. Ora, con questo motu proprio, Benedetto XVI
tende la mano ai lefebvriani, nella speranza di ricomporre
l’unità della sua chiesa. Né Paolo VI, che nel 1970
aveva pubblicato il nuovo messale frutto del Concilio, né
Giovanni Paolo II avevano osato tradire (se così si può dire)
il Concilio per compiacere ai lefebvriani. Ora questo è
accaduto e si vedrà quali ne saranno le ripercussioni sia sul
versante degli scismatici sia sul fronte interno della chiesa
cattolica, dove la decisione del papa sta suscitando non
pochi malumori. Se lo scisma sarà ricomposto e i lefebvriani
saranno reintegrati nella comunione romana, si rafforzerà
ulteriormente all’interno della chiesa cattolica il
blocco anticonciliare, già abbastanza agguerrito. Se invece i
lefebvriani non si accontenteranno dello sdoganamento della
messa in latino e alzeranno il prezzo della loro
riconciliazione, allora le cose volgeranno al peggio e lo
spirito della Controriforma soffierà più potente ancora a
Roma e dintorni.
2. La seconda considerazione è questa: contrariamente a
quello che è stato più volte affermato nei giorni scorsi,
il ripristino della messa in latino non è un ritorno
alle origini e neppure al Medioevo, è un ritorno alla
Controriforma. Il quotidiano della Conferenza
episcopale italiana Avvenire di domenica 8 luglio ha
addirittura titolato l’intera pagina 3, citando il
prof. Franco Cardini di Firenze, con queste parole:
«L’Occidente ha conosciuto Dio in latino». Non è
affatto vero. L’Occidente ha conosciuto Dio in
greco. Alle origini del cristianesimo – anche
di quello occidentale – non c’è il latino, ma il
greco che, allora, era la koinè diàlektos (= la lingua
comune), un po’ come oggi l’inglese. Il
Nuovo Testamento, che è lo specchio letterario della chiesa
cristiana del I secolo, è tutto scritto in greco, non in
latino. L’apostolo Paolo scrive la sua lettera
più importante, quella ai cristiani di Roma (ripeto: di Roma,
non di Atene) in greco e non in latino. Clemente, vescovo di
Roma (ripeto: di Roma, non di Antiochia), scrive una lunga
lettera ai cristiani di Corinto in greco, non in latino.
Ignazio di Antiochia scrive anch’egli una lettera ai
Romani, in greco e non in latino. Anche lo scritto noto come
Il Pastore di Erma, composto sicuramente a Roma intorno alla
metà del II secolo, è in lingua greca e in seguito è stato
tradotto in latino. Nello stesso periodo Giustino Martire
dedica la sua prima Apologia all’imperatore Antonino
Pio, ai suoi figli adottivi, al Senato e al popolo romano e
la scrive in greco, non in latino. Potrei prolungare
l’elenco, ma non voglio stancare i lettori. Ho soltanto
voluto ricordare un dato di fatto chiaro come il sole, ma
sovente ignorato, che anche l’Occidente, come
l’Oriente, ha conosciuto Dio in greco, non in latino. A
parte il fatto che Gesù, come tutti sanno, non parlava né il
greco né il latino, bensì l’aramaico. E nelle
primissime liturgie cristiane, di cui c’è traccia anche
nel Nuovo Testamento, ricorrevano espressioni in lingua
aramaica, come Maranà thà (= Nostro Signore, vieni!) di I
Corinzi 16, 22, che si ritrova anche nella Didaché, al
termine della liturgia della Cena. Che cosa possiamo
concludere da questi pochi cenni? Possiamo, anzi dobbiamo,
concludere ripetendo quello che tutti sanno o dovrebbero
sapere, e cioè che le lingue originarie della fede cristiana
sono due: l’ebraico (o l’aramaico) e il greco, ma
non il latino. Perciò tutte le parole bibliche presenti nel
canone della messa, a cominciare da quelle della
consacrazione eucaristica Hoc est corpus meum (= questo è il
mio corpo), sono tutte parole tradotte in latino, esattamente
come sono tradotte nella messa in italiano e in tutte le
liturgie del mondo. Questo significa che il latino non è più
vicino alla lingua originaria della fede cristiana di quanto
non lo siano l’italiano o qualunque altra lingua umana.
Con questo non si vuole togliere nulla alla nobilissima
lingua latina, con la quale il cristianesimo occidentale ha
parlato e pregato per secoli, fin da Tertulliano con tutti i
«padri latini»: Cipriano, Ambrogio, Girolamo, Agostino,
Gregorio Magno, tanto per fare qualche nome. In latino è
tutta la teologia medievale e, naturalmente, il suo massimo
esponente: Tommaso d’Aquino. Anche i Riformatori hanno
scritto molto in latino: Calvino ha composto la sua
monumentale Istituzione sia in latino sia in un bellissimo
francese. Anche i grandi testi dell’Ortodossia
protestante sono in latino. Rendiamo dunque omaggio a questa
lingua e promuoviamone pure la conoscenza (oggi troppo
negletta). Ma con buona pace di mons. Lefebvre e di
Benedetto XVI, il latino non ha, sul piano liturgico, dignità
o sacralità maggiore di qualunque altra lingua umana né ha un
maggiore potere comunicativo. So bene che c’è
chi, amante dell’arcano e affascinato dal mistero,
attraverso la messa in latino (che forse non capisce),
dichiara di sentirsi «più vicino a Dio». Ma qui purtroppo si
confonde il mistero di Dio col mistero dell’ignoto, che
sono misteri molto diversi.
3. Non può non colpire la disinvoltura con la quale un
papa si sente autorizzato motu proprio, cioè in base alla sua
propria autorità, non ad annullare una riforma conciliare
come quella liturgica – questo sarebbe davvero troppo
–, ma certo a ridimensionarne la portata.
L’autorità del papa è superiore a quella del concilio.
La sua volontà prevale su quella di tutti gli altri vescovi
cattolici messi insieme. Questo è il sistema romano. Sia ben
chiaro: Benedetto XVI non ha abusato dei suoi poteri, li ha
semplicemente esercitati. Il Codice di Diritto canonico
stabilisce che il Romano Pontefice «in forza del suo ufficio,
ha la potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e
universale sulla Chiesa, potestà che egli può sempre
esercitare liberamente» (can. 331). E «non si dà appello né
ricorso contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice»
(can. 333, § 3). Il suo potere, insomma, è assoluto. Ci si
può naturalmente chiedere se un potere di questo genere non
stia in aperta contraddizione con il principio di
«collegialità», che fu centrale nel Vaticano II, e, in
termini più generali, se esso sia ammissibile in una chiesa
cristiana, che dovrebbe essere strutturata come una comunità
di fratelli e sorelle in Cristo. Ma questo è un altro
problema. La nostra lettrice si chiede invece se il
ripristino della messa in latino possa «avere delle
ripercussioni sul dialogo ecumenico» in Italia. La mia
risposta è: dipende. Se questo ripristino sarà un fenomeno
che riguarda solo gruppi più o meno consistenti di cattolici
nostalgici vecchi e nuovi (pare che molti giovani ne siano
attratti), e consisterà semplicemente in una serie di
celebrazioni liturgiche in latino tutto sommato innocue, il
danno sarà circoscritto e il dialogo ecumenico non ne
risentirà. Se invece il ripristino della messa in latino non
resterà un fatto isolato, ma si configurerà come
l’inizio di una offensiva controriformistica, guidata e
promossa dall’attuale pontefice, allora il danno sarà
grande e il dialogo ecumenico non potrà non risentirne. È
bene qui ricordare che «Controriforma» ha sempre significato
due cose: movimento contro le riforme cattoliche (in questo
caso contro la riforma liturgica del Vaticano II), e contro
la Riforma protestante. La messa in latino ora
ripristinata è quella promulgata nel 1570 da papa Pio V
(1566-1572), all’indomani del Concilio di Trento: è un
tipico prodotto della Controriforma. Ma con la Controriforma
non è possibile dialogare. Né nel Cinquecento né
oggi.
Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" su Riforma del 27 luglio 2007
a cura di Luca Baratto
Il 10 luglio è stato presentato il documento "Risposte a
quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla
Chiesa", della Congregazione per la dottrina della fede, in
cui si afferma, tra l’altro, che solo la Chiesa
cattolica possiede "tutti gli elementi della Chiesa istituita
da Gesù". L’Agenzia stampa NEV ha intervistato in
proposito il pastore Paolo Ricca, professore emerito della
Facoltà valdese di teologia di Roma.
L'affermazione della "Lumen gentium", secondo cui la
"Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa Cattolica", è una
delle espressioni del Concilio Vaticano II che più hanno
evidenziato l'apertura verso le chiese non cattoliche. Come
giudica l'interpretazione che ne ha dato il documento della
Congregazione per la dottrina della fede, sottoscritto da
papa Benedetto XVI?
Quell'espressione fu adottata dal Concilio per sostituire
quella precedente che recitava "la Chiesa di Cristo è la
chiesa cattolica". Il Concilio ha sostituito l'"est" con il
"subsistit in" per creare dei maggiori spazi di
riconoscimento di altre chiese: affermando che la Chiesa di
Cristo "sussiste" nella chiesa cattolica non si escludeva che
essa potesse sussistere anche in altre chiese. Fino ad oggi
questa espressione è stata interpretata da molti teologi in
questo senso non esclusivo. Il documento di questi giorni,
invece, ne propone un'interpretazione nuovamente esclusiva,
affermando che la Chiesa di Cristo sussiste unicamente nella
chiesa cattolica. Un fatto deludente, che ridimensiona le
aperture del Concilio, ma di cui certamente non ci si può
stupire perché riprende ciò che l'allora prefetto della
Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger,
aveva affermato nel 2000 con la dichiarazione "Dominus
Iesus".
Quali conseguenze avrà la "Dichiarazione" sul piano del
dialogo ecumenico ?
Il Vaticano, naturalmente, continua a dire che non
cambierà nulla, che tutto prosegue. Io, francamente, mi sento
di dire che dichiarazioni come queste logorano la volontà di
continuare il dialogo, soprattutto perché non si sa più su
che cosa si dovrebbe dialogare. Il documento, per esempio,
ribadisce che quelle nate dalla Riforma protestante non
possono essere riconosciute come chiese. Un'affermazione, ben
nota, che comunque mina le ragioni del dialogo perché fa
venir meno la corrispondenza dei soggetti, nega la dignità
dell'interlocutore. Il dialogo ha senso se, almeno in
prospettiva, c'è un riconoscimento reciproco delle chiese.
Come chiese protestanti siamo stanchi di sentirci negati per
quello che siamo e per cui viviamo: perché noi viviamo per
essere Chiesa di Gesù. Credo che oggi sia ormai necessario
distinguere tra il dialogo ecumenico di base - in parrocchie
e monasteri, con sacerdoti e laici – che è fruttuoso,
serio e fraterno, e il dialogo con l'istituzione romana che,
per così dire, distribuisce "pagelle" di cristianità.
Pochi giorni fa la riproposizione della messa in
latino, la reintroduzione della preghiera per gli ebrei "da
convertire"; ora la Dichiarazione sulla "Lumen gentium". Dove
portano questi segnali?
In modo inequivoco verso una nuova Controriforma.
Prendiamo la messa in latino. Il problema non è tanto la
lingua latina, ma la riproposizione della messa di Pio V del
1570, pensata contro la Riforma. In essa, tutte le
innovazioni liturgiche delle chiese protestanti sono
esplicitamente negate. Quella che ci sta proponendo il
Vaticano è una nuova Controriforma con le sue due
caratteristiche principali: quella di opporsi alle riforme
interne al cattolicesimo, tanto a quelle del 1500 quanto a
quelle del Concilio Vaticano II, e alle istanze proposte
dalle Riforma protestante. Credo che all'istituzione romana
vada dato un segnale non solo della nostra delusione, ma
anche del pericolo che alla fine ognuno decida di proseguire
per la sua propria strada. Resta la volontà di dialogare con
i cattolici, ma è giusto sottolineare che l'istituzione
romana restringe sempre più lo spazio per un dialogo che
forse non gradisce neppure.
Tratto da NEV -
Notizie evangeliche dell'11 luglio 2007
L’impegno
ecumenico sarà molto più difficile per i cattolici
di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di
teologia
La qualifica di "comunità ecclesiali" non ci è mai
piaciuta e non ci è mai corrisposta. Rinunciando allo "est"
ed optando per il "subsistit" il Concilio Vaticano
II compiva, dal punto di vista cattolico romano, una
apertura. Ed in effetti l’ecumenismo ricevette un
notevole impulso. Il documento della Congregazione per la
dottrina della fede non dice nulla di inedito, ribadisce con
toni perentori cose già note. Perché questa perentorietà?
Certamente non c’è in questo momento alcun interesse da
parte del Pontefice e della curia a promuovere
l’incontro con le chiese della Riforma. Si guarda
all’ortodossia, perché è più prossima a Roma, se
misurata con i criteri della cattolicità romana, e perché si
pensa che condivida con Roma la valutazione negativa della
modernità e come Roma avversi il "relativismo". Ma la
perentorietà nell’autocertificarsi come la vera Chiesa
di Gesù Cristo e nel dare "interpretazioni autentiche" (e
quindi disciplinarmente vincolanti per le coscienze dei
cattolici) è rivolta innanzitutto al fronte interno, è intesa
a mettere in riga quei cattolici – teologi e pastori,
laici e religiosi – che hanno considerato e considerano
il Vaticano II un punto di avvio, l’inizio di un
cammino che avrebbe innovato ancora, allargato ulteriormente,
osato più coraggiosamente. L’interpretazione autentica
è una normalizzazione del cosiddetto "spirito del Concilio".
E’ un freno posto a prassi e teologie diffuse in
America Latina come in Africa, in Asia come nel Nord America
o in Europa.
Per quanto riguarda noi protestanti, non ci turba che Roma
ci dica ancora una volta, e con tono che non ammette
repliche, che non siamo chiese e difettiamo di cattolicità
solo perché ci manca quello che la confessione romana ritiene
essenziale per la cattolicità, cioè le dottrine con cui si
autocertifica e misura gli altri a partire da sé. Perché sta
tutto qui: si dice "cattolico", ma si intende
cattolico-romano. Noi protestanti non abbiamo la successione
apostolica nel sacramento dell’ordine, e non ne abbiamo
bisogno, perché viviamo della promessa, finora mantenuta dal
Signore, che la testimonianza dei profeti e degli apostoli
continuerà a far nascere e conserverà la sua chiesa di
peccatori perdonati. Noi protestanti non abbiamo il
sacerdozio ministeriale, e non lo vogliamo, perché viviamo
dell’unico sacerdozio di Cristo. Dicano pure che non
abbiamo "conservato la genuina e integra sostanza del Mistero
eucaristico", abbiamo la promessa che nel pane e nel vino
della Cena del Signore siamo in piena comunione con Lui.
Dalla Riforma in poi, sappiamo che la nostra fede è certa
perché pone noi al di fuori di noi. Non siamo nulla, ma
riceviamo in dono molto di più di ciò di cui siamo trovati
mancanti dalla chiesa di Roma.
Questa saccente perentorietà non frenerà il nostro impegno
ecumenico. Lo renderà molto più difficile per i cattolici, a
cui viene ricordato che la loro coscienza è vincolata ai
pronunciamenti del magistero. A loro, ai nostri fraterni e
sinceri compagni di strada da tanti decenni, diciamo:
rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza paura, perché
in virtù del vostro battesimo e della vostra fede, la vostra
coscienza è resa libera da Cristo e in Cristo.
Tratto da NEV -
Notizie evangeliche dell'11 luglio 2007
Reazioni evangeliche
al nuovo documento vaticano
Le dichiarazioni degli esponenti di importanti organismi
protestanti
"Un vistoso passo indietro nei rapporti
ecumenici, ma il dialogo deve continuare"
In seguito alla presentazione del nuovo documento della
Congregazione per la dottrina della fede "Risposte a
quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla
Chiesa", in cui si afferma che solo la Chiesa cattolica
possiede "tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù",
il presidente della Federazione delle chiese
evangeliche in Italia (FCEI), pastore Domenico Maselli,
ha rilasciato la seguente dichiarazione:
"La pubblicazione dell’ultimo documento della
Congregazione per la dottrina della fede costituisce un
vistoso passo indietro nei rapporti tra la chiesa cattolica
romana e le altre comunità cristiane. È vero che non fa altro
che ripetere quanto già affermato nella 'Dominus
Iesus' del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una
chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore
ecumenico, in cui si definisce la chiesa cattolica come
quella 'nella quale concretamente si trova la Chiesa di
Cristo su questa terra'. Pare evidente che l’unico modo
per cercare l’unità sarebbe quello di entrare nella
chiesa cattolica romana. Era stata la soluzione sperata da
Newman, che portò poi alla condanna del modernismo.
Ciononostante, il dialogo ecumenico deve continuare, e può
continuare, mettendosi ognuno in discussione, per cercare di
ascoltare la voce di Cristo che per tutti noi è la via, la
verità, la vita. In questo spirito si deve continuare il
cammino sia in Italia che nel resto del mondo, fidando nel
rispetto reciproco ed anche nella laicità dello Stato che
permette che la libertà di discussione, di ricerca e di
religione sia mantenuta fino in fondo".
Secondo la Riforma protestante gli elementi originali
delle chiese sono la pura predicazione del vangelo e la
corretta amministrazione dei sacramenti: "Questo e
nient’altro deve essere visto come espressione
autentica dell’unica chiesa di Cristo", ha dichiarato
il pastore Thomas Wipf, presidente della Comunità delle chiese
protestanti in Europa – Comunione di Leuenberg
(CPCE), organismo che conta 105 chiese membro luterane,
riformate, unite, metodiste dell’intero continente, che
grazie all'accordo del 1973 di Leuenberg (Svizzera) si
prestano il riconoscimento reciproco dei ministeri e dei
sacramenti.Secondo Thomas Wipf per un protestante è
impossibile concordare con l’autocomprensione
cattolica: "Tutto ciò che è esteriore è fallibile – ha
dichiarato –, incluse la chiesa protestante e quella
cattolica". Oltre all’aspetto teologico, Thomas Wipf ha
osservato un’altra questione importante: "Un documento
del genere manda segnali sbagliati. Le sfide di questo mondo
chiedono a gran voce che le chiese lavorino insieme. La
comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le
vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono
spaccare la chiesa".
L’Alleanza riformata
mondiale (ARM), che da anni intrattiene dialoghi
bilaterali con il Vaticano, ha scritto una lettera al
cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio
per l’unità dei cristiani, per chiedere chiarimenti sul
documento della Congregazione per la dottrina della fede.
"Siamo sconcertati – scrive nella lettera il pastore
Setri Nyomi, segretario generale dell’ARM –,
dalla presentazione di tale documento in questo momento
storico per la chiesa cristiana. In un’epoca di
frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica
chiesa di Gesù Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe
rafforzare la propria testimonianza comune e affermare la
propria unità a Cristo. Il documento pubblicato il 10 luglio
purtroppo offre un’interpretazione di Lumen Gentium 8
che ci riporta al pensiero e all’atmosfera che
c’erano prima del Concilio Vaticano II". Lamentando le
possibili conseguenze negative per i dialoghi bilaterali
cattolico-riformati, Setri Nyomi ricorda i documenti comuni
prodotti negli ultimi anni, compreso quello che sta per
uscire, e mette in discussione "la serietà con cui la chiesa
cattolica romana affronta i suoi dialoghi con la famiglia
riformata e le altre famiglie ecclesiali".
"Per adesso – conclude la lettera –, siamo grati
a Dio perché la nostra chiamata ad essere parte della chiesa
di Gesù Cristo non dipende dall’interpretazione del
Vaticano. È un dono di Dio". E prosegue: "Preghiamo perché
venga il giorno in cui la chiesa cattolica romana vada al di
là delle pretese esclusivistiche, in modo che possiamo
portare avanti la causa dell’unità cristiana per cui il
nostro Signore Gesù Cristo ha pregato".
L'ARM raggruppa più di 200 chiese congregazionaliste,
presbiteriane, riformate ed unite, le cui radici risalgono
alla Riforma del XVI secolo.
"Ogni chiesa è la chiesa cattolica (universale) e non
semplicemente una parte di essa. Ogni chiesa è la chiesa
cattolica, ma non nella sua interezza. Ogni chiesa realizza
la propria cattolicità quando è in comunione con le altre
chiese". Questo è quanto ha ricordato Georges Lemopoulos,
vice-segretario generale del Consiglio ecumenico delle
chiese (CEC), con le parole del documento "Chiamati ad
essere una sola chiesa" prodotto dalla IX Assemblea generale
del CEC, riunitasi a Porto Alegre (Brasile) nel febbraio
2006. L'Assemblea, ha dichiarato Lemopoulos, "ha affermato
'il progresso fatto nel movimento ecumenico' e ha
incoraggiato la comunione delle chiese membro 'per continuare
su questo sentiero arduo, eppure gioioso, fidando nel Dio
Padre, Figlio e Spirito Santo, la cui grazia trasforma le
nostre lotte per unità nei frutti della comunione'. Secondo
l'Assemblea – ha proseguito Georges Lemopoulos - 'la
condivisione onesta degli elementi in comune, delle
divergenze e delle differenze aiuterà tutte le chiese a
raggiungere gli obiettivi della pace e della vita
comune'".
Il CEC è una comunione di oltre 340 chiese anglicane,
protestanti ed ortodosse in più di 100 paesi, in
rappresentanza di circa 550 milioni di cristiani.
Secondo il vescovo luterano Wolfgang Huber, presidente
della Chiesa evangelica tedesca
(EKD), "le speranze di cambiamento nella situazione
ecumenica sono state nuovamente spinte nel futuro remoto". E
ha proseguito: "Se la chiesa cattolica resta convinta di
essere la sola vera chiesa di Cristo, la via del suo
ecumenismo è tracciata in anticipo e non aperta al dialogo".
Osservando che il documento del Vaticano "Risposte a quesiti
riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa"
ripete le stesse affermazioni della "Dominus Iesus",
pubblicata dall'allora cardinale Ratzinger nel 2000, il
vescovo Huber ha ricordato che alcuni teologi ecumenici
avevano suggerito che quella dichiarazione fosse il risultato
di disattenzione, mentre adesso "nessuno può più parlare di
disattenzione. Questo è un gesto premeditato".
Il vescovo ha criticato il fatto che il documento vaticano
non lasci alcuno spazio per il pensiero che anche alla chiesa
cattolica romana possano mancare degli elementi importanti
per le altre chiese, come ad esempio il rispetto della
capacità di giudizio della comunità dei fedeli o l'accesso
delle donne al ministero pastorale. "La comprensione
reciproca – ha proseguito Wolfgang Huber – è
possibile solo quando nessuna delle parti in causa rivendica
il monopolio della verità".
"Poiché confessiamo la 'chiesa una, santa, cattolica e
apostolica', il nostro supremo compito ecumenico è di
continuare a mostrare questa unità che è sempre un dono di
Dio", ha dichiarato Colin Williams, segretario generale della
Conferenza delle chiese
europee (KEK), organismo che comprende circa 125 chiese
membro ortodosse, protestanti, anglicane e vetero-cattoliche,
di tutti i paesi d'Europa, più 40 organizzazioni
associate.
Le "Risposte" sottolineano per Colin Williams "la necessità
di continuare a lavorare con urgenza a questa sfida offertaci
dalla Carta
ecumenica, il documento fondamentale delle aspirazioni
ecumeniche condivise dalle chiese d'Europa. Il fatto che
quelle diverse visioni della chiesa e della sua unità, a cui
fa riferimento la Carta ecumenica, siano ancora causa di
dolore e divisione è un motivo di rammarico e non una
situazione di cui possiamo essere soddisfatti".
Il segretario generale della KEK ha poi osservato il momento
particolarmente infelice in cui il documento cattolico è
stato diffuso, alle soglie della Terza Assemblea ecumenica europea
(AEE3), che si terrà a Sibiu (Romania) dal 4 al 9
settembre 2007, con la partecipazione di oltre 1000 delegati
cattolici, ortodossi e protestanti. "Non dobbiamo permettere
– ha affermato Colin Williams – che la
pubblicazione di questo documento ci distolga da questo
compito fondamentale. L'AEE3 darà ai delegati a Sibiu
l'opportunità di riconoscersi gli uni gli altri come fratelli
e sorelle in Gesù Cristo, attraverso il dialogo e la
preghiera comune, al di là delle barriere denominazionali,
rafforzando la nostra volontà di trovare modi in cui possiamo
esprimere e vivere fino in fondo quell’unità voluta da
Cristo per la Sua chiesa".
Tratto da NEV -
Notizie evangeliche del 10 e 11 luglio 2007
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Anno 2009
Sconfina - menti
Narrare l'altro
ebrei, cristiani e musulmani: itinerari in dialogo percorso pensato ed organizzato dall'associazione "Dialoghi" associazionedialoghi@hotmail.it
Giovedi 26 Marzo Roberto Piccardo Hamza saggista, ore 21 presso la Comunità Islamica, Borgo Allegri 64-66r
Lunedi 4 Maggio Franco Segre Vicepresidente Amicizia ebraico-Cristiana di Torino, ore 21 presso la Comunità Ebraica - Via Farini, 4
Mercoledi 27 Maggio Enzo Bianchi Priore della comunità di Bose, ore 21 presso la Chiesa Evangelica Valdese Via Micheli 26
Martedi 9 Giugno Accordi Storie in musica, ore 21 presso Sala Brunelleschi Istituto degli Innocenti Piazza SS.Annunziata
18-25 Gennaio 2009
Settimana di preghiera per l'unita' dei cristiani
Ampia partecipazione degli evangelici in tutta Italia
di Fulvio Ferrario su Riforma
Terza Assemblea ecumenica europea
a Sibiu
XLIV Sessione di formazione ecumenica del
SAE - Chianciano (Siena) dal 29 luglio al 4
agosto
La Sessione sarà trasmessa in diretta streaming su “Radio for
you”
Premio
"Loretta Montemaggi"
Eventi passati da Maggio 2007 al 2006
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