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Rapporti ecumenici ed interreligiosi

 

Appello comune, Edimburgo 2010, centenario dell'inizio del movimento ecumenico


Riuniti per il centenario della Conferenza mondiale missionaria di Edimburgo 1910, noi crediamo che la chiesa, come segno e simbolo del regno di Dio, sia chiamata a testimoniare oggi Cristo condividendo la missione d'amore di Dio attraverso la potenza trasformatrice dello Spirito Santo.

1. Confidando nel Dio trinitario e con un rinnovato senso di urgenza, siamo chiamati ad incarnare e proclamare L'Evangelo della salvezza, del perdono del peccato, della vita in abbondanza e della liberazione per tutti i poveri e gli oppressi. Riceviamo una sfida a testimoniare e ad evangelizzare in modo tale da essere una dimostrazione vivente dell'amore, della rettitudine e della giustizia che Dio vuole per l'intero mondo.

2. Ricordando il sacrificio di Cristo sulla croce e la sua risurrezione per la salvezza del mondo, e fortificati dallo Spirito Santo, siamo chiamati a un dialogo autentico, ad un impegno rispettoso e ad una umile testimonianza all'unicità di Cristo in mezzo a gente di altre fedi – e di nessuna fede. Il nostro approccio è contraddistinto da una ferma fiducia nel messaggio del vangelo; esso costruisce l'amicizia, cerca la riconciliazione e pratica l'ospitalità.

3. Sapendo che lo Spirito Santo Soffia dove vuole sulla terra, restaurando l’armonia del creato e portando nuova vita, siamo chiamati a diventare comunità di compassione e di guarigione, in cui i giovani partecipano attivamente alla missione, in cui donne e uomini condividono equamente potere e responsabilità, in cui c'è un nuovo zelo per la giustizia, la pace e la protezione dell'ambiente, e una liturgia rinnovata che riflette la bellezza del Creatore e del creato.

4. Turbati dalle asimmetrie e dagli squilibri di potere che ci dividono e ci affliggono nella chiesa e nel mondo, siamo chiamati al pentimento, a una riflessione critica sui sistemi di potere, e a un uso responsabile delle strutture di potere. Siamo chiamati a trovare modi concreti di vivere come membri dell'unico corpo, nella consapevolezza che Dio resiste ai superbi, Cristo accoglie e dà forza ai poveri e agli afflitti, e che la potenza dello Spirito Santo si manifesta nella nostra vulnerabilità.

5. Affermando l'importanza dei fondamenti biblici del nostro impegno per la missione e valorizzando la testimonianza degli apostoli e dei martiri, siamo chiamati a rallegrarci per le espressioni del vangelo in molte nazioni in tutto il mondo. Celebriamo il rinnovamento sperimentato attraverso movimenti di migrazione e di missione in ogni direzione, il modo con cui tutti vengono arricchiti dei doni dello Spirito Santo per la missione, e la chiamata costante che Dio rivolge a ragazzi e giovani a diffondere il vangelo.

6. Riconoscendo la necessità di formare una nuova generazione di leader dotati di autenticità nella missione in un mondo come quello del XXI secolo caratterizzato dalla diversità, siamo chiamati a lavorare insieme a nuove forme di educazione teologica. Poiché siamo tutti fatti a immagine di Dio, tali forme ricorreranno reciprocamente ai carismi unici di ciascuno, costituiranno una sfida reciproca a crescere nella fede e nella comprensione, a condividere equamente le risorse a livello mondiale, a coinvolgere l'essere umano e la famiglia di Dio nella sua interezza, e a rispettare la saggezza degli anziani, promuovendo allo stesso tempo la partecipazione dei giovani.

7. Udendo la chiamata di Gesù a fare di tutti dei discepoli – poveri, ricchi, emarginati, ignorati, potenti, disabili, giovani e vecchi – siamo chiamati come comunità di fede alla missione da ogni luogo e verso ogni luogo. Udiamo con gioia la chiamata ad essere reciprocamente arricchiti nella nostra testimonianza in parole e azioni, nelle strade, nei campi, negli uffici, nelle case e nelle scuole, offrendo la riconciliazione, mostrando l'amore, manifestando la grazia e dando testimonianza alla verità.

8. Ricordando Cristo, l'ospite al banchetto, e impegnati per quell'unità per la quale egli ha vissuto e pregato, siamo chiamati a una cooperazione costante, ad affrontare le questioni controverse e a lavorare per una visione comune. Siamo invitati ad accoglierci l'un l'altro nella nostra diversità, ad affermare la comune appartenenza attraverso il battesimo nell'unico corpo di Cristo, e a riconoscere il nostro bisogno di reciprocità, partnership, collaborazione e creazione di network nella missione, così che il mondo possa credere.

9. Ricordando lo stile di testimonianza e di servizio di Gesù, noi crediamo di essere chiamati da Dio a seguire questa via nella gioia, ispirati, unti, inviati e resi capaci dallo Spirito Santo, e nutriti dalle discipline cristiane nella comunità. Nell'attesa del ritorno di Cristo glorioso e giudice, sperimentiamo la sua presenza fra noi nello Spirito Santo, e invitiamo tutti ad unirsi a noi partecipi della missione di trasformazione e riconciliazione di Dio, missione d'amore per l'intero creato.


Edimburgo, 2-6 Giugno 2010

 


 

Nasce la Comunione mondiale di chiese riformate (CMCR)

L’Assemblea riformata mondiale che si tiene dal 18 al 28 giugno a Grand Rapids (Michigan, Stati Uniti) ha preso un'importante decisione. I 450 delegati, provenienti da tutti i paesi del mondo, hanno sancito l’unificazione dell’Alleanza riformata mondiale (ARM) e del Consiglio ecumenico riformato (CER). Si tratta di due organismi di carattere ecumenico che sino a questo momento raccoglievano le chiese di tradizione riformata (calvinista, presbiteriana). Il nuovo organismo assumerà il nome di Comunione mondiale di chiese riformate (CMCR) e rappresenterà oltre ottanta milioni di cristiani riformati in 108 paesi del mondo. Purtroppo 73 persone, fra cui 46 delegati con diritto di voto, non hanno potuto partecipare all’incontro a causa del rifiuto delle autorità statunitensi di concedere loro il visto d’ingresso. La pastora Susan Davies, della Chiesa unita di Cristo (la denominazione di cui è membro il presidente Obama) ha espresso la sua disapprovazione.

 

Sul Vaticano II - Una coproduzione Claudiana-Mulino

 

Vaticano II in rete Il nostro '58 Collana "Forum" pp. 360, € 26,00 978-88-15-13762-3, Claudiana-Mulino, 2010

Un gruppo di cattolici laici e impegnati nella loro Chiesa sente il bisogno di ricostruire una memoria "di base" di quel lungo e complesso processo di eventi che ha attraversato il cattolicesimo tra il 1959 e il 1965 con il Concilio Vaticano II. Ha così inizio un intenso scambio epistolare di riflessioni, testimonianze, letture: documenti che viaggiano, mese dopo mese, via rete e sono raccolti in questo volume. E' il primo di una serie intesa a rivivere le varie fasi del Concilio ed è il frutto di un anno di lavoro, dall'ottobre 2008 al settembre 2009, scandito dalle ricorrenze del cinquantenario dell'elezione di papa Roncalli e dell'annuncio del Vaticano II. Il libro ripropone con forza l'attualità del Concilio e mette a confronto l'idea di Chiesa che esso delineò con la realtà ecclesiale di oggi, senza tacere gli inciampi sul cammino ecumenico di questi ultimi anni. Anche per questo la formula della coedizione Claudiana-Mulino e il dialogo intrecciato nell'introduzione con la Moderatora della Tavola valdese, Maria Bonafede, acquistano un significato ecumenico preciso.

 

Sindone e scomunica

Comunicato delle Comunità cristiane di base del Piemonte sulla concessione da parte del vescovo di Torino della revoca della scomunica alle donne che avendo commesso il peccato di abortire ed essendo state di conseguenza scomunicate che si fossero presentate in confessionale in occasione dell'esposizione della Sindone.

 

"Chiese strumento di pace?"
Il 2 giugno a Milano un Convegno ecumenico in preparazione di Kingston 2011

 

Il secondo Kirchentag ecumenico si è svolto a Monaco dal 12 al 16 maggio La speranza della base di Davide Rosso

 

Sindone? no, grazie di Paolo Ribet

 

In un clima di accoglienza e apertura la visita del papa ai luterani di Roma

 

Continuare il cammino nell’ascolto della Parola

 

Perche' tacciono i cattolici? di Giorgio Tourn

E’ ormai convinzione di molti che in Italia esistano due cattolicesimi o, più esattamente, che il cattolicesimo italiano si strutturi a due livelli. C’è, ci sarebbe, il livello istituzionale, rappresentato dalla Curia romana, dall’episcopato, dal Vaticano e quello della base, dei credenti con larga parte del clero e molti religiosi. Quale sia il peso, la politica, la teologia dell’istituzione è evidente, trincerata dietro i "valori irrinunciabili" della vita, della conservazione difende con tutti i mezzi il suo potere e il suo prestigio, condiziona la vita civile e politica del nostro paese, sogna restaurazioni da Ancien Régime, per non dire di Pio IX (non a caso santificato). Ma c’è anche l’altro cattolicesimo, quello dei cristiani comuni, che vive la sua religione con serietà, che riflette, che conosce il mondo, a differenza delle gerarchie chiuse nei loro paramenti e nei loro palazzi, che si pone il problema della responsabilità e della professione in termini diversi.

Quale delle due realtà è la Chiesa? Per i media italiani, superficiali e frettolosi, è la prima: la Chiesa che dice, insegna, parla è il papa all’angelus o il segretario di Stato Bertone. L’altra realtà, l’altro cattolicesimo, quello che il Concilio definiva il "popolo di Dio" tace. Perché tace? Molti se lo chiedono senza trovare risposta. Anche gli evangelici se lo chiedono perché il dialogo ecumenico, quando esiste, dopo la cura dimagrante degli ultimi anni, si ha con il secondo cattolicesimo, per il primo gli evangelici sono solo un fastidioso moscerino. Due professori della Facoltà valdese di teologia a Roma, Daniele Garrone (su MicroMega) e Fulvio Ferrario (sul settimanale evangelico Riforma) pongono la domanda rivolgendosi a questi fratelli in fede cristiana invitandoli a parlare, a dire ad alta voce quello che mormorano in segreto a rivendicare il lor diretto ad essere chiesa

24 Febbraio 2010

 

il prossimo 14 marzo papa Benedetto XVI parteciperà al culto nella Chiesa evangelica luterana di via Sicilia a Roma.

 

Pregare per l’unità della chiesa: ha ancora senso? di Paolo Ricca

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 12 febbraio 2010

Le «comunità ecclesiali»: un’invenzione vaticana di Paolo Ricca

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 29 gennaio 2010


Lunedi 18 Gennaio 2010

Inizia la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Ecco i principali appuntamenti che coinvolgono la chiesa valdese di Firenze:

- 18 gennaio (lunedì), alle 18, nel tempio di via Micheli, culto di apertura della Settimana con la predicazione di Timothy Verdon (Chiesa cattolica romana)

- 19 gennaio (mercoledi), alle 21, Istituto Stensen, tavola rotonda con la partecipazione di Lothar Vogel (Facoltà valdese di teologia), e di Marco Ricca (CCP “P.M. Vermigli).


Chiamati ad unica speranza

Varata la proposta di ristrutturazione della Conferenza delle chiese europee (Kek) proprio nell’anno in cui compie cinquant’anni, il contributo dei protestanti italiani di Giuseppe Platone

Agosto 2009

Verso il IV convegno ecumenico italiano

Si svolgerà a Siracusa il 7 e l'8 maggio il IV convegno ecumenico italiano che segue quelli di Perugia (1999), Viterbo (2003), Terni (2006). Al centro della riflessione questa volta l'ammonizione paolina “Guai a me se non evangelizzo”: il Convegno raccoglierà infatti “cattolici, ortodossi ed evangelici davanti a Paolo”. Tra le presenze annunciate quella di mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (FCEI); di mons. Siluan, vescovo per l'Italia della Chiesa ortodossa di Romania: del prof. Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI). Le relazioni saranno a cura del teologo valdese Paolo Ricca, di mons. Mariano Crociata e dell'archimandrita P. Evangelos Yfantidis. Il convegno prevede anche una visita ai luoghi della memoria paolina a Siracusa e una preghiera ecumenica nella cattedrale della città. In conclusione lo spettacolo teatrale “L'uomo di Tarso”, di Jobel Teatro. Il Convegno prevede anche la discussione in gruppi di lavoro su tematiche di grande rilevanza per la testimonianza cristiana oggi: l'immigrazione, i diritti umani, l'ambiente e la povertà. “Per noi protestanti questo convegno è un appuntamento importante, che ci offre l'occasione di rivisitare ecumenicamente il pensiero e la missione di Paolo, l'apostolo che tanta parte ha avuto nel pensiero luterano e nella tradizione della Riforma. Al tempo stesso ci consentirà di fare il punto, assieme ai nostri fratelli cattolici e ortodossi, sullo stato del movimento ecumenico in Italia e della nostra testimonianza di fronte a grandi sfide etiche e sociali del nostro tempo. In una fase difficile dell'ecumenismo, insomma, rappresenta un'occasione preziosa per ritrovare, nelle parole di Paolo, il senso più profondo della comune vocazione cristiana”.

Roma (NEV), 29 aprile 2009

Itervista a Paolo Ricca: “Unità non vuol dire uniformità. Paolo maestro di ecumenismo” a cura di Luca Baratto

Roma (NEV), 6 Maggio 2009


Pasqua, la fede nella Resurrezione ci fa amare il presente

di Carlo Maria Martini ILSOLE24ORE.COM 11 Aprile 2009


MERCOLEDI' 28 GENNAIO chiesa della " Madonna della Tosse" MOMENTO di PREGHIERA

Alle ore 21.00 nella chiesa della " Madonna della Tosse" (Largo Zoli) si terrà un MOMENTO di PREGHIERA

preparato da

Comunità Parrocchiale "Madonna della Tosse" Chiesa Evangelica Valdese di Firenze, Comunità Islamica di Firenze e Toscana "Amicizia Ebraico - Cristiana" di Firenze

dal titolo

"Ebrei, Cristiani, Musulmani... uniti nella Tua mano" (cfr. Ez. 37,17)

L'iniziativa è la riedizione di una analoga, che ha avuto luogo lo scorso anno e, come indica il titolo, ha lo stesso tema della Settimana dell'Unità dei Cristiani: infatti la preghiera si pone come prosecuzione di tale settimana e delle giornate dell'Amicizia Ebraico - Cristiana ed Islamico - Cristiana, per sottolineare la fratellanza delle tre religioni figlie di Abramo e pregare insieme per il loro cammino comune. Non è motivata dalla recente guerra e non ci saranno riferimenti specifici ad essa.

La chiesa, come lo scorso anno, sarà resa il più possibile aula di preghiera comune, togliendo gli elementi che più la qualificano come luogo di culto cattolico.

La serata sarà articolata in letture di brani scritturali ebraici, cristiani, musulmani
e di commenti di tali testi, tratti da scritti rabbinici e di teologi delle varie confessioni cristiane,
intervallati da momenti di silenzio.
Prima della conclusione leggeremo insieme una preghiera composta nel 2004 da Rav J. Levi.

Non ci sarà spazio per condivisione, interventi , dibattito o preghiere spontanee, per lasciarne solo alla Parola di Dio e alla sua risonanza nel nostro cuore, con la guida di chi quella Parola ha " ruminato" a lungo. Formula che lo scorso anno ha suscitato in tutti i partecipanti una grande emozione ed una profondissima eco.


Dialogo ebraico-cristiano

articolo in uscita sul prossimo numero della rivista Confronti

Due eventi hanno scandito a Firenze la giornata del 17 gennaio. La mattina un piccolo gruppo di cattolici impegnati nel dialogo interreligioso ha partecipato alla liturgia sinagogale dello Shabbath. La sera monsignor Timothy Verdon della Curia arcidiocesana ha guidato una conversazione dedicata all’intervento del rabbino capo di Haifa, Shear-Yashuv Cohen, tenuto in Vaticano a ottobre davanti al Sinodo dei vescovi. Presumo che iniziative di questo genere siano state abbastanza numerose in tutte le città italiane. Anche dai massimi vertici della Chiesa cattolica romana sono state espresse dichiarazioni volte ad affermare la disponibilità al dialogo. Eppure la giornata dedicata dalla Chiesa cattolica al dialogo con l’ebraismo, per la prima volta, dalla sua istituzione nel 1990 non ha visto la partecipazione ufficiale del’Unione delle comunità ebraiche italiane. Non sono bastate le iniziative unilaterali della cosiddetta “base”, né dichiarazioni dei vertici della Chiesa cattolica.

Sono convinto che tale mancata partecipazione non metta tuttavia in discussione un particolare primato che detiene il cattolicesimo nell’ambito del dialogo ebraico – cristiano. Si tratta della dichiarazione Nostra Aetate, promulgata dal Concilio Vaticano II nell’ottobre 1965 e dedicata alle relazioni con le religioni. Il quarto paragrafo di questo documento tratta del rapporto con il popolo ebraico e contiene un’affermazione per certi versi rivoluzionaria: «…gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla Sacra Scrittura». È stato uno dei rarissimi casi in cui un pronunciamento dottrinale della Chiesa cattolica è diventato uno stimolo di riflessione assai forte anche nelle chiese della Riforma. Nell’ambito del protestantesimo storico passarono quasi quindici anni per elaborare un pronunciamento di questo spessore. Nel gennaio 1980 il Sinodo della Chiesa evangelica della Renania affermava: «Crediamo nella permanente elezione del popolo ebraico a popolo di Dio».

La battuta di arresto nel dialogo della Chiesa cattolica con l’ebraismo italiano è associata alla ben nota modifica della liturgia latina del Venerdì Santo promulgata da Benedetto XVI. Il rabbino Giuseppe Laras, a nome dell’Assemblea Rabbinica Italiana, affermava nel suo messaggio datato 6 febbraio 2008 (30 Shevat 5768): «Da parte ebraica, questa decisione del Papa è avvertita come una sconfitta dei presupposti stessi del Dialogo, perché si legittima, adesso anche nella trasposizione della prassi liturgica , un’idea di “dialogo” finalizzato, in realtà alla conversione degli ebrei al Cattolicesimo, cosa che è ovviamente per noi inaccettabile».

Come pastore valdese impegnato quotidianamente nell’ascolto delle persone, ho l’impressione che il pronunciamento appena citato esprima bene anche l’insofferenza di molti protestanti italiani. No v’è nulla di razionale in questa mia impressione, è una sensazione che avverto talvolta in occasione di qualche incontro di dialogo ecumenico. Sul piano delle idee non posso dimenticare tuttavia alcuni pronunciamenti del magistero cattolico (per cominciare dalla dichiarazione Dominus Iesus) che negli ultimi anni ha “declassato” le chiese evangeliche a “comunità ecclesiali”. Non voglio però nascondere il fatto che ogni tanto anche dentro di me sorge il desiderio di “convertire” l’altro, in particolare un cattolico o una cattolica romana, alle mie posizioni. L’atteggiamento missionario volto al convincimento dell’altro non ha in sé nulla di sbagliato, a patto che venga dichiarato apertamente prima di iniziare qualunque forma di incontro. I problemi, talvolta estremamente gravi, nascono quando tale atteggiamento è mascherato da un approccio apparentemente dialogico. Il dialogo reale (e non un insieme di monologhi) presuppone invece l’accoglienza, il riconoscimento, l’ascolto dell’altro senza condizioni preliminari, né secondi fini.

Nella dichiarazione appena citata, l’Assemblea Rabbinica Italiana precisa che la pausa di riflessione nel dialogo «concerne elusivamente il dialogo “ebraico-cattolico” e non il dialogo “ebraico-cristiano” in genere, non esaurendosi il Cristianesimo unicamente nella confessione Cattolico-Romana». È la testimonianza di una sensibilità teologica perfettamente in sintonia con l’ecclesiologia protestante. Non credo tuttavia che noi protestanti possiamo interpretare questa precisazione come una nota di merito. Io la leggo nell’ottica di un possibile compito da assumersi. Il compito di rimettere in discussione e forse anche di ricostruire i presupposti teologici dell’intero dialogo ebraico-cristiano. Le linee guida su cui sviluppare questo processo rimangono quelle già indicate dalla Riforma del Cinquecento. La prima di tali linee è la Sola Scriptura che si manifesta tuttora nelle edizioni protestanti della Bibbia con il pieno accoglimento del canone palestinese (ebraico) come norma per la definizione del Primo Testamento cristiano. La seconda invece è il Solus Christus che rimane e rimarrà inevitabilmente il principale nodo del nostro rapporto con il Popolo ebraico.

Pawel Gajewski


settimana di preghiera per l'unità dei Cristiani 2009

Essere riuniti nella tua mano (cfr. Ezechiele 37,17)

Alcuni principali appuntamenti

Domenica,18 gennaio

alle 18, Chiesa anglicana St.Mark: Vespri ecumenici.

Martedì, 20 gennaio

alle 18, Chiesa avventista del settimo giorno: Dibattito trasmesso dalla Radio Voce della Speranza, “I cristiani di fronte all’ingiustizia economica e alla povertà, con la partecipazione di Paolo Naso, introduzione di Davide Mozzato.

Mercoledì, 21 gennaio

alle 16, Comunità luterana: dibattito “I cristiani di fronte alla crisi ecologica, introduzione di Christian Holtz.

Mercoledì, 21 gennaio

alle 20.45, Auditorium Stensen: tavola rotonda “le chiese cristiane di fronte a vecchie e nuove divisioni, con la partecipazione di Debora Spini, Mario Affuso e Mario Marziale

Venerdì, 23 gennaio

alle 18, Chiesa ortodossa russa: preghiera ecumenica con la partecipazione di Mario Marziale

Domenica, 25 gennaio

alle 17.30, Battistero di S. Giovanni: testimonianza di dialogo e vespri ecumenici con la partecipazione di Pawel Gajewski.

 


Proiezione del documentario "Il pane della memoria"

A 70 anni dalla promulgazione delle leggi razziali, lo scambio umano e culurale tra ebrei e cattolici.

Giovedi 13 Novembre 2008 ore 21, Istituto Stensen, Viale Don Minzoni 25/a [locandina&invito]


Sinodo 2008: mancato dibattito sull'ecumenismo

Leggi l'articolo di Ruggiero Marchetti tratto da Riforma del 11 Settembre


Settimana per la pace in Palestina e Israele dal 4 al 10 giugno 2008

Vi partecipano le chiese di 17 Paesi e due organizzazioni ecumeniche internazionali. Da tre anni cresce regolarmente l’interesse per questa Settimana. Quest’anno chiese della Germania, dell’Irlanda, dello Sri Lanka e dell’Ungheria partecipano per la prima volta

Leggi articolo su Riforma


"Commentario" per le relazioni con i musulmani del Consiglio ecumenico delle chiese

"Questo documento segnala l'avvio di un processo" e invita alla costituzione di un "gruppo congiunto di leader e studiosi cristiani e musulmani". Compito di questo gruppo sarà promuovere "eventi di dialogo" che possano "incoraggiare la cooperazione interreligiosa sia a livello internazionale che negli ambiti locali". Così Rima Barsoum, direttore del programma del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) per il dialogo cristiano-islamico, introduce il documento "Imparare ad esplorare l'amore insieme", licenziato lo scorso 20 marzo.

Il "Commentario" è il frutto di una serie di consultazioni tra le chiese membro del CEC avviatesi nello scorso novembre. In un certo senso questo testo costituisce la risposta ecumenica alla lettera "Una parola comune" elaborata da 138 studiosi islamici di tutto il mondo e proposta all'attenzione dei leader delle chiese cristiane. Ed infatti il Commentario del CEC riprende due temi centrali della "lettera dei 138": l'amore di Dio e l'amore per il prossimo. Il Commentario ribadisce che il dialogo cresce nella consapevolezza di quello che le due grandi tradizioni di fede hanno in comune ma al tempo stesso deve trovare la strada per riconoscere e rispettare i valori che invece continuano a dividere cristiani e musulmani. In questa fase di oggettiva difficoltà dei rapporti tra cristiani e musulmani in diverse aree del mondo, l'iniziativa del CEC apre un nuovo canale di dialogo. Il segretario generale del CEC, pastore Samuel Kobia, parla di "una nuova opportunità per il dialogo interreligioso" che il Commentario intende consolidare.

Giudizi positivi sul testo del CEC anche da parte italiana: "La linea indicata è di apertura fiduciosa a progredire nel dialogo di questi anni – commenta il pastore Giuseppe La Torre, coordinatore della Commissione delle chiese evangeliche per il dialogo con l’islam (CCEDI) della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) -. Il documento ha il merito di richiamare quel grande comandamento dell'amore che deve essere vissuto praticamente in ogni società multireligiosa, nel quadro di un sistema di leggi che garantisca a tutti, credenti e non credenti, un sistema giuridico e sociale di effettiva uguaglianza. Una speranza è che i 138 esponenti islamici ai quali il CEC risponde siano la punta di un movimento che sappia convogliare le diverse spinte interne alla loro comunità di fede e che possano promuovere un dialogo a tutto campo: tanto all'interno del mondo musulmano che in rapporto alle altre comunità di fede. L'altra speranza è che non si creino delle polarizzazioni proprio sul tema del dialogo, né in ambito cristiano né in quello islamico".

Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 26 marzo 2008


Il papa riabiliterà Lutero?

Ratzinger ne parlerà a settembre con i suoi allievi

La notizia è stata lanciata dal londinese “Times” ed è stata ripresa anche dalla torinese “Stampa”: a settembre, quando Benedetto XVI dedicherà l’annuale incontro a porte chiuse con i suoi ex allievi allo studio di Martin Lutero e del protestantesimo, potrebbe arrivare una rivalutazione della figura del Riformatore.

06 Marzo 2008, segue su Voce Evangelica


Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani 2008


Meditazione "La preghiera" di Vittorio Subilia

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani si svolgerà, come ogni anno, dal 18 al 25 gennaio 2008. Il tema della settimana è tratto dalla Prima lettera ai Tessalonicesi (5,17): " Pregate continuamente".

La settimana sarà preceduta dalla giornata del dialogo ebraico - cristiano, Giovedi 17 gennaio.
In tale occasione, alle 18, nella Sala Teatina del Centro Internazionale Giorgio La Pira, via de' Pescioni 3, il rabbino Joseph Levi terrà una conversazione intitolata “Non pronunciare il nome del Signore Dio tuo invano” (Esodo 20,7).

Principali appuntamenti della settimana di preghiera:

  • Venerdì, 18 alle 18, Chiesa anglicana St. Mark’s: vespri presieduti dal reverendo Laurence MacLean, con gli interventi del pastore Mario Affuso, del padre Nikoloas Papadopoulos e del monsignore Timothy Verdon.
  • Sabato, 19 alle 18, Chiesa ortodossa russa: vespro celebrato dai presbiteri di tutte e chiese ortodosse fiorentine.
  • Lunedì, 21 alle 21, auditorium “Stensen”: tavola rotonda dedicata alla preghiera nelle diverse tradizioni di spiritualità cristiana, con la partecipazione del monsignore Dante Carolla, del diacono Ionut Coman e del pastore Pawel Gajewski.
  • Martedì, 22 alle 18.30, Chiesa episcopale americana St. James, serata di preghiera animata dai ragazzi (8-15 anni).
  • Mercoledì, 23 alle 17, Comunità luterana, incontro ecumenico con la partecipazione di Christian Holz, Marco Bontempi e del pastore Davide Mozzato.
  • Venerdì, 25 alle 18, Badia Fiorentina, vespri ecumenici con la condivisione delle diverse esperienze di vita comunitaria e di preghiera; in questa occasione Debora Spini, vice-presidente del Concistoro Valdese, presenterà la figura di Tullio Vinay e l’esperienza del centro ecumenico di Agape (Prali, in provincia di Torino).

Sabato, 26 gennaio, alle 18, sempre nella Sala Teatina in occasione della giornata del dialogo islamico – cristiano si terrà la conferenza di Giovanni Yahya Nicotera “Il ricordo di Dio e la preghiera dei cuori”, introdotta dal pastore Pawel Gajewski


 

Messaggio di Natale del segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese Pastore Samuel Kobia

Durante la visita che abbiamo compiuto a Betlemme all’inizio di quest’anno, io e mia moglie abbiamo visto i campi ondulati dove dei poveri pastori udirono gli angeli proclamare questa straordinaria notizia: «Oggi nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il Signore!».

Stavamo all’ombra del gigantesco muro che separa la Palestina da Israele, e ho pensato al Dio della Creazione che ha scelto di vivere in mezzo a noi – completamente vulnerabile, come soltanto un bambino può esserlo.

Alzando lo sguardo verso il cielo aperto sopra il nostro mondo separato con muri, ero colpito dalla maestà e dal mistero di questo canto degli angeli: «Gloria a Dio nei luoghi altissimi, e pace in terra agli uomini ch’egli gradisce!».

Dai campi dei pastori, allora come oggi, viene il tema della Convocazione internazionale ecumenica per la pace, organizzata dal Consiglio ecumenico delle chiese, prevista per il 2011: «Gloria a Dio e pace in terra». Crediamo che, come nel canto degli angeli, questi due sentimenti rappresentano un’armonia spirituale.

La rivelazione della gloria di Dio ci spinge a ricercare la pace nel mondo intorno a noi. Entrando al servizio di Cristo impegniamo noi stessi in una spiritualità di resistenza, sfidando la spirale di violenza che minaccia il nostro pianeta. Perché Dio è Uno, e infinitamente misericordioso, siamo chiamati a costruire comunità di pienezza, di giustizia e di pace.

Il mio augurio per voi in questo Natale è che voi possiate udire di nuovo il canto degli angeli, e abbracciare con rinnovata energia la visione che esso annuncia. Possa la conoscenza della gloria di Dio riempire i nostri cuori e le nostre menti, la nostra anima e il nostro spirito. Possa la sicura e certa speranza di questo tempo trasformare le nostre vite, le nostre case, le nostre società, il nostro mondo. E possa la benedizione del Dio Uno e Trino essere con noi tutti, oggi e sempre.

Pastore Samuel Kobia (Traduzione dall’inglese di Jean-Jacques Peyronel)
Tratto da Riforma del 21 Dicembre 2007


La "santa alleanza"

Chiesa cattolica e chiese ortodosse potrebbero accordarsi sul primato pontificio Il dialogo ecumenico, secondo Roma, è a due velocità: quella tra le «vere chiese» cattolica romana e ortodossa e l’altra con il mondo protestante sempre più isolato.

Il cardinale Walter Kasper, responsabile vaticano per l’ecumenismo, lo va ripetendo da tempo: il cammino verso l’unità della chiesa viaggia a due velocità. Roma e l’ortodossia sono «chiese propriamente dette» e quindi possono dialogare alla pari; inoltre, queste due famiglie ecclesiali si sentono unite in quella che qualcuno ha chiamato una «santa alleanza», contro la secolarizzazione dell’Europa, che promuove l’aborto, l’eutanasia, il libertinismo etero e omosessuale e altre nefandezze. Con il protestantesimo, invece, è tutto più difficile: intanto, quelle evangeliche, come ormai tutti sanno, non sono chiese, ma qualcosa d’altro: non hanno veri vescovi (neanche quelle che hanno capi che si definiscono in tal modo), né veri pastori (figuriamoci: consacrano al ministero persino le donne), né veri sacramenti. Sembrano chiese, ma non lo sono. Inoltre, molte di esse si sono accodate all’immoralità dilagante. Le più estremiste addirittura la benedicono, per esempio nella forma delle unioni omosessuali.

Naturalmente bisogna dialogare anche con loro, non è detto che non tornino sulla retta via: Kasper ha espresso a esempio la speranza che, in occasione del quinto centenario della Riforma (2017), luterani e cattolici possano dire qualcosa di positivo (per lui, Kasper), sul ministero episcopale e anche su quello che a Roma piace chiamare «ministero petrino». Negli auspici del cardinale, cioè, l’anniversario della Riforma dovrebbe coincidere con il funerale del protestantesimo, naturalmente celebrato in forma ecumenica. Quindi: avanti tutta con gli ortodossi, in attesa della conversione dei protestanti. Per la verità, ci sono anche gli evangelical. Essi, secondo Roma, hanno una visione della chiesa assai bizzarra, peggiore, se possibile, di quella dei protestanti «classici». Questi ultimi, però, dovrebbero prendere esempio dall’etica degli evangelical, assai meno servile nei confronti delle perversioni della modernità, semmai persino troppo rigida: solo Roma, come si sa, possiede infallibilmente l’equilibrio richiesto da Dio e dalla storia.

Per la verità, alcuni problemini restano anche con gli ortodossi: per esempio il papato, con relativo dogma dell’infallibilità. Roma, però, è paziente. Il recente documento cattolico-ortodosso di Ravenna, reso noto poche settimane or sono, apre, secondo alcuni, interessanti prospettive. Il titolo non appare particolarmente accattivante: Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa. Roba da specialisti, si direbbe. Lo è, in effetti. Ma, con buona pace di chi, anche nelle nostre chiese, ritiene che la teologia sia un’esercitazione accademica fine a se stessa, produttrice di formule astratte e alla fine irrilevanti, a volte i testi dottrinali pongono le basi di processi capaci di plasmare la storia. Il documento di Ravenna argomenta a partire dall’autorità della tradizione, assai più che da quella della Scrittura: dati i firmatari, ciò non può stupire del tutto. La Bibbia è oggi letta anche nel cattolicesimo, come protestante l’ho constatato ripetutamente e ne sono stato realmente edificato. Un testo come questo, tuttavia, mostra con chiarezza che il pungolo critico del testo biblico, la sua protesta nei confronti del costituirsi di un apparato ecclesiastico gerarchico e autoritario, sono completamente censurati.

Conta invece il fatto che la tradizione stabilirebbe un «ordine canonico» e che, in esso, la chiesa di Roma e il suo vescovo occuperebbero il primo posto. Le chiese ortodosse si dicono d’accordo con l’idea di tale primato, il che ha indotto alcuni a intravedere l’alba di un futuro accordo su qualche forma di esercizio del papato. In realtà, i problemi di sempre restano. Il numero 41 del documento è chiaro: cattolici e ortodossi «non sono d’accordo sull’interpretazione delle testimonianze storiche (…) per ciò che riguarda le prerogative del vescovo di Roma». E poi, naturalmente, non sono d’accordo sugli sviluppi del papato nel secondo millennio, culminati nel dogma dell’infallibilità. Intanto, però, si parla di primato. Non si tratta, per Roma, di un importante tema teologico: è una vera e propria ossessione. Già il fatto che se ne parli, è motivo di ampia soddisfazione. Poi, si può dire quel che si vuole: per esempio che «primato e conciliarità sono reciprocamente interdipendenti» (n. 43), o che il vescovo di Roma non ha convocato né presieduto i concili ecumenici dei primi secoli. Va tutto bene, purché, intanto, si discuta del primato. Poi, col tempo si vedrà.

Non sono affatto sicuro che, sulle questioni teologiche, un effettivo consenso sia imminente. Piuttosto, verrà approfondita l’idea delle «due velocità» e accelerato il processo di coordinamento della presenza culturale e politica in Europa, almeno se l’intervento cattolico nei paesi di tradizione ortodossa non determinerà incidenti simili a quelli verificatisi nel passato. L’isolamento protestante all’interno del movimento ecumenico è da considerarsi più che probabile. Di per sé, la cosa non costituirebbe necessariamente una sciagura. I protestanti sono abituati, quasi dappertutto, a essere minoranza: magari non microscopica come da noi, ma sempre minoranza. L’essenziale sarebbe che riscoprissero la passione di pro-testare, cioè di testimoniare le ragioni della Riforma (che sono poi quelle dell’evangelo), contro l’arroganza delle gerarchie ecclesiastiche di varia provenienza. Non si tratta affatto di essere servili nei confronti della modernità: anche a essa, può solo essere annunciata la parola della croce, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani. Questo è il nostro messaggio. La democrazia, il pluralismo e anche i diritti civili dei gay vengono dopo. Dove la parola della croce risuona, però, essa crea anche spazio per i diritti degli uomini e delle donne e sì, per la libertà, delle anime e dei corpi. La croce del Figlio di Dio è liberante. Le croci dorate dei gerarchi ecclesiastici di varie confessioni lo sono assai meno. Se per dirlo bisogna per forza essere minoranza, lo saremo volentieri.


Fulvio Ferrario Tratto da Riforma del 30 novembre 2007


ECUMENISMO DOPO SIBIU

Le delegazioni delle chiese cattolica, ortodossa e protestanti italiane che hanno partecipato alla Terza Assemblea Ecumenica (Sibiu, Romania, 4-9 settembre 2007) si sono incontrate ieri, 19 novembre, a Roma per una valutazione e un rilancio dell'iniziativa ecumenica a livello nazionale.

L'incontro è stato presieduto congiuntamente dalla pastora Letizia Tomassone, vice presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) e coordinatrice della delegazione protestante a Sibiu, e da mons. Vincenzo Paglia, presidente della Commissione per l'ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale italiana (CEI). L'introduzione ai lavori è stata a cura di mons. Armando Dini. Al termine dell'incontro le delegazioni hanno diffuso il seguente comunicato stampa congiunto:

"La discussione vivace si è radicata alle esperienze ecumeniche vissute nelle chiese locali. E' la dimensione locale che può dar corpo a iniziative di livello nazionale. Sono state poste all'attenzione alcune proposte che nascono da percorsi ecumenici già attivi:
- un documento già elaborato a più voci che, prendendo spunto dalla risoluzione di Sibiu rispetto ai migranti in Europa, denuncia l'illegittimità dei centri di detenzione temporanea;
- la proposta di formare una Rete Ecumenica per la Pace in Italia, in vista della grande assemblea ecumenica che concluderà nel 2011 il Decennio del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) contro la violenza;
- in alcune città italiane è già attivo un Consiglio delle Chiese cristiane, e ci si è interrogati sulla possibilità di allargare questa esperienza;
- la Giornata Mondiale di Preghiera portata avanti dalle associazioni delle donne è un esempio di come si lavora già da tempo insieme;
- la necessità di confrontarsi su temi legati alla pastorale ecumenica: matrimoni interconfessionali, riconoscimento reciproco del battesimo e percorsi di catechesi;
- la proposta di istituire alcuni tavoli interdenominazionali di discussione per affrontare insieme i modi in cui decliniamo nella pratica la nostra fede: dai temi legati alla legalità e alla costruzione democratica della società, ai temi della bioetica.
Su tutti questi temi, che hanno dato origine a una buona discussione tra i delegati, si lavorerà nei prossimi mesi. In vista della prossima Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani (18-25 gennaio 2008) che conta cent'anni dalla sua istituzione, si è posto l'accento sulla necessaria ricostituzione di relazioni basate sulla fiducia reciproca.
La preghiera comune, il confronto serio, l'esprimere ognuno la propria diversa ecclesiologia, sono frutti di un ascolto reciproco che lascia spazio alla diversità dei linguaggi. Ascolto reciproco e possibilità di fiducia nelle relazioni sono la base di un dialogo che non nasce dalla volontà delle chiese ma dalla vocazione di Dio a lasciarci riconciliare in Cristo
".

Roma, 20 novembre 2007 (NEV-CS101)


Assemblea-Sinodo 2-4 Novembre 2007

La quarta sessione congiunta del Sinodo delle chiese valdesi e metodiste e dell’Assemblea generale dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI), riunita a Roma e Ciampino dal 2 al 4 Novembre 2007, ha affermato che “le ripetute prese di posizione di istanze magisteriali cattolico-romane, che negano a quelle protestanti la qualifica di chiese cristiane, rischiano di condurre l’intero movimento ecumenico in una condizione di stallo dalla quale non sarebbe facile uscire”.

Sottolineando l'importanza dell'approvazione della legge sulla libertà religiosa, l'Assemblea-Sinodo ha affermato che la “laicità dello stato costituisce, oltre che una caratteristica essenziale di una società democratica, anche il necessario contesto per una predicazione libera e responsabile”.

L'assise ha inoltre approvato un articolato documento dal titolo “Chiese, società e cultura nell'Italia di oggi: un contributo protestante”, che riflette sulle questioni dell'ecumenismo e della laicità dello Stato.

Roma, 4 novembre 2007 (NEV-CS98)


Prossimi avvenimenti di Novembre e Dicembre

 

Martedì, 6 novembre alle ore 21.00, presso la Sala della Cassa di Risparmio di Firenze, via Folco Portinari 5, Amicizia Ebraico- Cristiana e l’Associazione Dialoghi invitano all’incontro intitolato Scienza e fede.

Martedì, 13 novembre, alle ore 19.45, “Passi di Pace” da Piazza Santa Croce a Palazzo Vecchio, camminata in meditazione, a cura dell’Associazione “Un tempio per la pace”; alle ore 21.00, nella Sala Incontri del Palazzo Vecchio, preghiera per la pace (Pace e amore).

Dal 1 al 15 dicembre, la Chiesa Avventista festeggia l’inaugurazione del nuovo locale di culto.

Domenica, 2 dicembre, presso i locali della Chiesa Avventista una tavola rotonda in occasione del 400° anniversario della Bibbia di Diodati.

Dal 15 al 16 dicembre, in via Manzoni 21, bazar organizzato da Amnesty International.


Domenica 21 Ottobre

dalle ore 10.00, in piazza SS. Annunziata: festa dei ragazzi ebrei, cristiani e musulmani, intitolata “Insieme la vita è più bella”.

Sono almeno duemila i ragazzi tra i 6 e 14 anni che domenica riempiranno Firenze del loro entusiasmo e della voglia di "scavalcare" - osserva il responsabil valdese Davide Buttitta - anche l'incapacità degli adulti che prò su di loro "scommettono". Cristiani, ebrei, musulmani da ogni cità e dai paesi della Toscana daranno vita a “Insieme la vita è più bella” seconda volta di una iniziativa nata dalla collaborazione tra la Delegazione regionale toscana dell'Azione Cattolica, le Comunità Ebraiche e Islamiche della Toscana, le Chiese Evangeloche e Ortodosse di Firenze e della Toscana, l'Opera per la Gioventù "Giorgio La Pira" e l'Amicizia Ebraico-Cristiana con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia e del Comune di Firenze e la partecipazione al progetto 'Costruire Ponti' promosso dal Cesvot.

Tratto da "La Nazione" 18 Ottobre 2007


Venerdi 19 Ottobre

ore 17.30 Via Manzoni, 19a/21 Conferenza - dibattito su ''Prospettive ecumeniche dopo la III Assemblea Ecumenica Europea'' Sibiu 4-9 Settembre 2007 organizzata dal Centro Culturale Protestante "P.M.Vermigli

leggi il programma


Il silezio su Sibiu


Nei giorni scorsi di è svolta a Sibiu, in Romania, la Terza assemblea ecumenica europea, che segue quelle di Basilea (1989) e Graz (1997). Essa è stata organizzata dalla Conferenza delle chiese europee, che riunisce le principali chiese protestanti e ortodosse, e dal Consiglio delle Conferenze episcopali d'Europa, che rappresenta la Chiesa di Roma. Questi incontri europei non sono congressi di teologi, bensì eventi che intendono radunare quanti si impegnano, in ambito ecumenico, a livello di base, condividendo la preghiera e il lavoro sui grandi temi della pace, della giustizia, della salvaguardia del creato, in questa Europa che, alquanto faticosamente, cerca di crescere come realtà non solo economica, ma anche culturale.

Sibiu è una cittadina nella quale da sempre, per complesse ragioni storiche, convivono diverse confessioni e diverse culture e per tale ragione costituisce in se stessa un simbolo ecumenico. Essa è anche piuttosto piccola, il che non ha permesso un grande meeting di massa: i delegati erano comunque alcune migliaia, tra i quali moltissimi giovani. La speranza è che l'assemblea, come le due che l'hanno preceduta, rilanci il lavoro comune tra le chiese nelle realtà locali, in un momento particolarmente difficile per l'ecumenismo. Raggiungere tale obiettivo sarebbe più facile se i mezzi di comunicazione di massa si fossero degnati di dedicare un poco, di attenzione a un evento preparato da anni e ai temi che, esso ha inteso proporre, all'attenzione. Il silenzio, invece, è stato piuttosto impressionante, a parte l'informazione propriamente religiosa.

Colpisce, in particolare, il confronto con la vera e propria overdose di dirette televisive, paginoni di quotidiani e commenti più o meno autorevoli che ha caratterizzato il recente meeting giovanile di Loreto, guidato dal papa. La stampa italiana cosiddetta laica e le televisioni, statali e private, sono più confessionali dell'Avvenire (il giornale dei vescovi) e dell'Osservatore Romano (quello del Vaticano). Chi in Italia lavora per l' ecumenismo è abituato al fenomeno e dunque non se ne spaventa. E innegabile, tuttavia, che esso testimoni un provincialismo culturale gretto e servile che, tanto più in prospettiva europea, sarebbe tempo di superare.

Past. Fulvio Ferrario
tratto dalla Rubrica «In cammino verso l'unità della chiesa» della trasmissione di Radiouno «Culto evangelico» curata dalla Fcei, andata in onda domenica 9 settembre e pubblicato sul settimale Riforma del 14 settembre 2007

III Assemblea ecumenica europea di Sibiu

Conclusa con una celebrazione comune di testimonianza. In primo piano i temi della pace e della giustizia.

Letizia Tomassone, coordinatrice della delegazione evangelica italiana: è necessario dare più voce al popolo di Dio Si è conclusa ieri, 9 settembre, con una celebrazione di testimonianza comune, la Terza Assemblea ecumenica europea (AEE3), convocata congiuntamente dalla Conferenza delle chiese europee (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE) sul tema: "La luce di Cristo illumina tutti. Speranza di rinnovamento e unità in Europa".

L'evento ha visto riuniti 2100 anglicani, cattolici, ortodossi e protestanti che dal 4 al 9 settembre si sono confrontati a Sibiu in Romania su temi quali l'integrazione europea, il dialogo interreligioso, le migrazioni, la salvaguardia del Creato, la giustizia e la pace, l'unità, la spiritualità, la testimonianza comune. La sessione di chiusura ha elaborato un messaggio finale con dieci raccomandazioni, indirizzato alle chiese, all'Europa e al mondo.

"Il viaggio a Sibiu ci ha permesso di rinforzare i legami ecumenici già esistenti e di crearne di nuovi", ha dichiarato al suo rientro la pastora Letizia Tomassone, coordinatrice della delegazione protestante italiana. Tracciando un primo bilancio dell'evento, ha sottolineato la convergenza emersa nel corso dei lavori sui temi della giustizia e della pace: "Come si evince anche dal messaggio finale dell'assemblea, che cita il rifiuto incondizionato della guerra e che menziona le responsabilità europee nei confronti dell'Africa, molta importanza è stata accordata ai temi legati alla pace e alla giustizia, temi sui quali le stesse chiese italiane avranno da attivarsi molto nei prossimi mesi".

La delegazione italiana a Sibiu - composta da protestanti, ortodossi e cattolici, tra tutte la più numerosa con i suoi 121 componenti, ma anche l'unica ad arrivare unita all'AEE3 – si è già data appuntamento a novembre per lavorare insieme sulle possibili ricadute dell'AEE3 in Italia, ha riferito Letizia Tomassone.

Per quanto riguarda le modalità del dibattito assembleare Letizia Tomassone ha notato che "un problema evidente dell'AEE3 si è rivelato essere quello della partecipazione diretta dei delegati, ridotti troppo spesso a meri spettatori". La mancanza di adeguati tempi di discussione rilancia, secondo la pastora Tomassone, "il tema della partecipazione del popolo di Dio nell'elaborare la predicazione dell'Evangelo per l'oggi. Una questione che, in fondo, è quella del sacerdozio universale o della visibilità di tutte le azioni portate avanti intensamente nelle chiese da laici, movimenti, organizzazioni o persone consacrate. Tema che mi appare oggi, dopo Sibiu, più centrale di quello classico dell'unità visibile della chiesa". Infine Letizia Tomassone si è rallegrata per la presenza dei giovani, "una presenza visibile, qualificata ed incisiva, tant'è che il documento da loro elaborato è stato accolto e fatto proprio dall'AEE3".

- Ascolta e leggi il "diario da Sibiu" su Radio Voce della Speranza

- Comunicati stampa della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI)

- Gioachino Pistone, La luce di Cristo e alcune ombre, pubblicato su Riforma del 12 Settembre

Comunicato a cura dell'Agenzia NEV - Notizie evangeliche del 10 settembre 2007


Il sinodo discute sull'ecumenismo

Durante il sinodo delle chiese valdesi e metodiste in corso dal 26 al 31 Agosto a Torre Pellice (TO) c'è stato anche il dibattito suii rapporti con la chiesa cattolica dopo la nota vaticana Il teologo valdese Paolo Ricca: "Il nostro essere chiesa dipende solo dal giudizio di Dio." Riprendiamo dal comunicato stampa del del 28 agosto 2007 a cura dell'Agenzia NEV - Notizie evangeliche il seguente testo.

In dirittura d'arrivo un documento del Sinodo che riafferma la centralità dell'ecumenismo Dissentire senza disertare. Si potrebbe riassumere così la discussione sull'ecumenismo in corso al Sinodo delle chiese valdesi e metodiste che si sta svolgendo a Torre Pellice (TO).
Tema principale dell'assemblea di quest'anno, il dibattito ad ampio raggio ha tuttavia dato particolare enfasi al documento vaticano della Congregazione per la dottrina della fede dello scorso luglio, nel quale si sosteneva che la chiesa di Cristo sussiste unicamente nella chiesa cattolica.

"Credo che le dichiarazioni vaticane sulla natura della chiesa vadano prese sul serio – ha dichiarato il teologo Paolo Ricca nel corso di una conferenza stampa – e che ad esse si debba replicare per ribadire che il nostro essere chiesa dipende esclusivamente dal giudizio di Dio. Questa parola di dissenso va pronunciata", ma non deve essere accompagnata da una "diserzione" dall'impegno ecumenico. "Mi auguro – ha anzi affermato Paolo Ricca – che il nostro impegno ecumenico venga riaffermato 'senza se e senza ma', per continuare il percorso iniziato con quella straordinaria realtà del cattolicesimo ecumenico nato in parrocchie, gruppi e monasteri", egualmente preso in contropiede dal documento vaticano.
Parlando più in generale del rapporto tra chiese protestanti e chiesa cattolica, Paolo Ricca ha sottolineato che "sono molte di più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono, non solo da un punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Ci unisce la fede nel Dio trinitario, in Cristo vero Dio e vero uomo; i cristiani tutti condividono lo stesso credo". Per Paolo Ricca, però, è proprio questa realtà che il documento della Congregazione per la dottrina della fede dimentica con troppa facilità: "Il documento vaticano trova mancanti noi protestanti riguardo alla successione apostolica e per questo nega che le nostre comunità possano essere chiamate chiese. Ma può un elemento che neppure compare nel credo cristiano, com'è il caso della successione apostolica, annullare la comunione di fede nel Dio trinitario? E' proprio qui il vero scandalo della nota vaticana".

Durante la discussione sinodale è stata ricordata l'ormai imminente Terza assemblea ecumenica di Sibiu (Romania), promossa congiuntamente dalla Conferenza delle chiese europee (KEK) e dal Consiglio delle Conferenze episcopali europee (CCEE), che si terrà dal 4 al 9 settembre prossimo. E' stato espresso l'auspicio che a Sibiu possa prendere la parola "il popolo di Dio" e che l'Assemblea possa essere utilizzata come una risorsa per l'ecumenismo in Italia.

Un appello a mantenere fermo l'impegno ecumenico dei protestanti italiani è giunto anche dal pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), nel suo saluto al Sinodo ha affermato: "L'ecumenismo per noi non è un gioco, ma una tradizione", invitando il Sinodo a sostenere il cammino dell'Assemblea di Sibiu.

Leggi l'Ordine del Giorno del Sinodo sull'Ecumenismo



Cristo come unico riferimento

Roberto Davide Papini

Tutto sommato Joseph Ratzinger e la Congregazione della Fede andrebbero ringraziati. Già, perché nelle “Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa” i vertici della Chiesa cattolica romana hanno il merito della chiarezza, della coerenza (che solo nella Chiesa di Roma ci siano “tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù” è concetto detto e ridetto da Ratzinger) e anche quello di riportare alla realtà molti di noi protestanti, immersi in un sogno nel quale ci siamo fatti un’idea del cattolicesimo decisamente parziale.

Un po’ per pigrizia, un po’ perché ci fa piacere sentirci dire quanto siamo bravi e simpatici (e scoprire con soddisfazione quanti fedeli di Santa Romana Chiesa versano l’8 per mille per sostenere i progetti valdesi), troppo spesso preferiamo dialogare con i prelati e i teologi più aperti, o anche talvolta addirittura con esponenti cattolici che di cattolico sembrano aver poco: contestano l’autorità del Papa, rifiutano il culto mariano, di quello dei santi non vogliono sentir parlare, farebbero volentieri a meno della dottrina della transustanziazione. Estremizzo un po’, certo, ma spesso è sulla parte più aperta e dialogante che ci costruiamo l’immagine della Chiesa cattolica romana che più ci piace e diamo spesso vita a surreali incontri ecumenici tutti passati a dire quanto andiamo d’accordo. Alle volte penso che se un extraterrestre assistesse a un incontro della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ne uscirebbe disorientato e perplesso chiedendosi: “Ma questi perché sono separati?”. Già… perché? Il punto è che (tranne lodevoli eccezioni) noi non siamo più capaci di dirlo con chiarezza ai nostri fratelli cattolici e nemmeno all’opinione pubblica che sarà certo bombardata dalla propaganda vaticana, ma che troppo poco facciamo per raggiungere e informare sul perché ci siamo, sul senso della nostra esistenza. Ecco perché Ratzinger va ringraziato: il suo ribadire che le nostre non sono Chiese ci risveglia dal torpore di un malinteso ecumenismo. Sarebbe sbagliato e ingenuo, infatti, immaginare una base cattolica aperta e progressista contrapposta alla linea conservatrice delle gerarchie. Le cose che dice Ratzinger sono condivise da tanti fedeli cattolici, basta navigare sui siti, leggere i giornali o ascoltare le emittenti di matrice cattolica. Ecco, è anche con questa parte del mondo cattolico, quella che ci piace meno e non è per nulla marginale, che dobbiamo dialogare. Anzi, direi che è soprattutto con loro che dobbiamo confrontarci. Perché, in fondo dialogare solo con coloro che ci danno ragione e la pensano come noi, che senso ha? Non è più necessario il confronto con chi è più lontano dalle nostre posizioni?

E i nostri interlocutori privilegiati (per altro piuttosto silenti in questa occasione) che fine fanno? Li buttiamo a mare, li escludiamo dal dialogo? No, al contrario, l’impegno verso di loro deve essere rafforzato, ma in maniera un po’ diversa da quanto fatto finora, ovvero considerando la realtà per quello che è e non in base ai nostri desideri. Dice benissimo Daniele Garrone, commentando il documento pontificio: “Questa saccente perentorietà non frenerà il nostro impegno ecumenico. Lo renderà molto più difficile per i cattolici, a cui viene ricordato che la loro coscienza è vincolata ai pronunciamenti del magistero”. Ecco, appunto, ricordiamoglielo anche noi, mettiamo in luce certe contraddizioni, perché certe posizioni richiedono poi il coraggio delle conseguenze. Come dice Garrone, “a loro diciamo: rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza paura, perché in virtù del vostro battesimo e della vostra fede, la vostra coscienza è resa libera da Cristo e in Cristo”.

A testa alta e senza paura: così il dialogo ecumenico può crescere, ricordando sempre che, comunque, l’unità della Chiesa non è qualcosa che possiamo stabilire noi a tavolino, cercando accordi o punti in comune, come se fossimo in una trattativa politica o sindacale. Come scriveva Vittorio Subilia nel 1964 “l’unità della Chiesa non è un elemento ecclesiastico, di cui la Chiesa abbia la disponibilità e che possa regolamentare”, ma “consiste nel fatto che la Chiesa si riferisce a un unico punto di riferimento”. Scegliamo, dunque, Cristo come unico punto di riferimento, senza preoccuparci troppo (anzi per nulla) delle classifiche e delle patenti attribuite da Ratzinger.

Tratto dal Riforma del 27 luglio 2007


Sul ripristino del latino nella messa

Paolo Riicca

L’attuale papa ha dunque ripristinato la messa in latino. Come possiamo interpretare questa strana decisione? Può avere delle ripercussioni sul dialogo ecumenico che, come evangelici, faticosamente portiamo avanti in Italia? Spero che questa mia curiosità incontri anche quella di altri lettori di Riforma. Non possiamo ignorare quello che di rilevante succede nella chiesa cattolica, ma occorre interpretarlo. E qui i pareri divergono. Daniela Brusco – Poirino (To)

Con tutte le cose interessanti, importanti e allarmanti che accadono oggi nel mondo, è davvero deprimente e anche un po’ irritante doversi occupare della messa in latino. Non l’avremmo mai fatto se l’attuale pontefice non l’avesse ufficialmente ripristinata, suscitando il solito polverone di consensi («di quattro contesse fasciste», m’ha detto, a caldo, un amico cattolico, ma anche – aggiungo – di numerosi teologi di corte) e dissensi di tanti cattolici, compresi alcuni vescovi coraggiosi che però, benché sconcertati, essendo legati al voto di ubbidienza, ubbidiranno al papa piuttosto che alla loro coscienza. «Come interpretare questa strana decisione?» si chiede la nostra lettrice. La interpreterò con tre considerazioni, tra le molte che si potrebbero e dovrebbero fare.

1. Lo scopo immediato del ripristino della messa in latino è «ricucire» con i cattolici della Fraternità fondata, dopo il Concilio, da mons. Marcel Lefebvre che, come si ricorderà, rifiutò non solo la riforma liturgica voluta e attuata dal Vaticano II, ma anche tutte le altre riforme conciliari – in una parola rifiutò in blocco il Concilio e il cattolicesimo conciliare. Perciò fu dichiarato scismatico – lui e tutti i suoi seguaci. Questo scisma interno alla chiesa cattolica è continuato anche dopo la morte del protagonista. Ora, con questo motu proprio, Benedetto XVI tende la mano ai lefebvriani, nella speranza di ricomporre l’unità della sua chiesa. Né Paolo VI, che nel 1970 aveva pubblicato il nuovo messale frutto del Concilio, né Giovanni Paolo II avevano osato tradire (se così si può dire) il Concilio per compiacere ai lefebvriani. Ora questo è accaduto e si vedrà quali ne saranno le ripercussioni sia sul versante degli scismatici sia sul fronte interno della chiesa cattolica, dove la decisione del papa sta suscitando non pochi malumori. Se lo scisma sarà ricomposto e i lefebvriani saranno reintegrati nella comunione romana, si rafforzerà ulteriormente all’interno della chiesa cattolica il blocco anticonciliare, già abbastanza agguerrito. Se invece i lefebvriani non si accontenteranno dello sdoganamento della messa in latino e alzeranno il prezzo della loro riconciliazione, allora le cose volgeranno al peggio e lo spirito della Controriforma soffierà più potente ancora a Roma e dintorni.

2. La seconda considerazione è questa: contrariamente a quello che è stato più volte affermato nei giorni scorsi, il ripristino della messa in latino non è un ritorno alle origini e neppure al Medioevo, è un ritorno alla Controriforma. Il quotidiano della Conferenza episcopale italiana Avvenire di domenica 8 luglio ha addirittura titolato l’intera pagina 3, citando il prof. Franco Cardini di Firenze, con queste parole: «L’Occidente ha conosciuto Dio in latino». Non è affatto vero. L’Occidente ha conosciuto Dio in greco. Alle origini del cristianesimo – anche di quello occidentale – non c’è il latino, ma il greco che, allora, era la koinè diàlektos (= la lingua comune), un po’ come oggi l’inglese. Il Nuovo Testamento, che è lo specchio letterario della chiesa cristiana del I secolo, è tutto scritto in greco, non in latino. L’apostolo Paolo scrive la sua lettera più importante, quella ai cristiani di Roma (ripeto: di Roma, non di Atene) in greco e non in latino. Clemente, vescovo di Roma (ripeto: di Roma, non di Antiochia), scrive una lunga lettera ai cristiani di Corinto in greco, non in latino. Ignazio di Antiochia scrive anch’egli una lettera ai Romani, in greco e non in latino. Anche lo scritto noto come Il Pastore di Erma, composto sicuramente a Roma intorno alla metà del II secolo, è in lingua greca e in seguito è stato tradotto in latino. Nello stesso periodo Giustino Martire dedica la sua prima Apologia all’imperatore Antonino Pio, ai suoi figli adottivi, al Senato e al popolo romano e la scrive in greco, non in latino. Potrei prolungare l’elenco, ma non voglio stancare i lettori. Ho soltanto voluto ricordare un dato di fatto chiaro come il sole, ma sovente ignorato, che anche l’Occidente, come l’Oriente, ha conosciuto Dio in greco, non in latino. A parte il fatto che Gesù, come tutti sanno, non parlava né il greco né il latino, bensì l’aramaico. E nelle primissime liturgie cristiane, di cui c’è traccia anche nel Nuovo Testamento, ricorrevano espressioni in lingua aramaica, come Maranà thà (= Nostro Signore, vieni!) di I Corinzi 16, 22, che si ritrova anche nella Didaché, al termine della liturgia della Cena. Che cosa possiamo concludere da questi pochi cenni? Possiamo, anzi dobbiamo, concludere ripetendo quello che tutti sanno o dovrebbero sapere, e cioè che le lingue originarie della fede cristiana sono due: l’ebraico (o l’aramaico) e il greco, ma non il latino. Perciò tutte le parole bibliche presenti nel canone della messa, a cominciare da quelle della consacrazione eucaristica Hoc est corpus meum (= questo è il mio corpo), sono tutte parole tradotte in latino, esattamente come sono tradotte nella messa in italiano e in tutte le liturgie del mondo. Questo significa che il latino non è più vicino alla lingua originaria della fede cristiana di quanto non lo siano l’italiano o qualunque altra lingua umana. Con questo non si vuole togliere nulla alla nobilissima lingua latina, con la quale il cristianesimo occidentale ha parlato e pregato per secoli, fin da Tertulliano con tutti i «padri latini»: Cipriano, Ambrogio, Girolamo, Agostino, Gregorio Magno, tanto per fare qualche nome. In latino è tutta la teologia medievale e, naturalmente, il suo massimo esponente: Tommaso d’Aquino. Anche i Riformatori hanno scritto molto in latino: Calvino ha composto la sua monumentale Istituzione sia in latino sia in un bellissimo francese. Anche i grandi testi dell’Ortodossia protestante sono in latino. Rendiamo dunque omaggio a questa lingua e promuoviamone pure la conoscenza (oggi troppo negletta). Ma con buona pace di mons. Lefebvre e di Benedetto XVI, il latino non ha, sul piano liturgico, dignità o sacralità maggiore di qualunque altra lingua umana né ha un maggiore potere comunicativo. So bene che c’è chi, amante dell’arcano e affascinato dal mistero, attraverso la messa in latino (che forse non capisce), dichiara di sentirsi «più vicino a Dio». Ma qui purtroppo si confonde il mistero di Dio col mistero dell’ignoto, che sono misteri molto diversi.

3. Non può non colpire la disinvoltura con la quale un papa si sente autorizzato motu proprio, cioè in base alla sua propria autorità, non ad annullare una riforma conciliare come quella liturgica – questo sarebbe davvero troppo –, ma certo a ridimensionarne la portata. L’autorità del papa è superiore a quella del concilio. La sua volontà prevale su quella di tutti gli altri vescovi cattolici messi insieme. Questo è il sistema romano. Sia ben chiaro: Benedetto XVI non ha abusato dei suoi poteri, li ha semplicemente esercitati. Il Codice di Diritto canonico stabilisce che il Romano Pontefice «in forza del suo ufficio, ha la potestà ordinaria, suprema, piena, immediata e universale sulla Chiesa, potestà che egli può sempre esercitare liberamente» (can. 331). E «non si dà appello né ricorso contro la sentenza o il decreto del Romano Pontefice» (can. 333, § 3). Il suo potere, insomma, è assoluto. Ci si può naturalmente chiedere se un potere di questo genere non stia in aperta contraddizione con il principio di «collegialità», che fu centrale nel Vaticano II, e, in termini più generali, se esso sia ammissibile in una chiesa cristiana, che dovrebbe essere strutturata come una comunità di fratelli e sorelle in Cristo. Ma questo è un altro problema. La nostra lettrice si chiede invece se il ripristino della messa in latino possa «avere delle ripercussioni sul dialogo ecumenico» in Italia. La mia risposta è: dipende. Se questo ripristino sarà un fenomeno che riguarda solo gruppi più o meno consistenti di cattolici nostalgici vecchi e nuovi (pare che molti giovani ne siano attratti), e consisterà semplicemente in una serie di celebrazioni liturgiche in latino tutto sommato innocue, il danno sarà circoscritto e il dialogo ecumenico non ne risentirà. Se invece il ripristino della messa in latino non resterà un fatto isolato, ma si configurerà come l’inizio di una offensiva controriformistica, guidata e promossa dall’attuale pontefice, allora il danno sarà grande e il dialogo ecumenico non potrà non risentirne. È bene qui ricordare che «Controriforma» ha sempre significato due cose: movimento contro le riforme cattoliche (in questo caso contro la riforma liturgica del Vaticano II), e contro la Riforma protestante. La messa in latino ora ripristinata è quella promulgata nel 1570 da papa Pio V (1566-1572), all’indomani del Concilio di Trento: è un tipico prodotto della Controriforma. Ma con la Controriforma non è possibile dialogare. Né nel Cinquecento né oggi.

Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" su Riforma del 27 luglio 2007


Il vento di una nuova Controriforma

a cura di Luca Baratto

Il 10 luglio è stato presentato il documento "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa", della Congregazione per la dottrina della fede, in cui si afferma, tra l’altro, che solo la Chiesa cattolica possiede "tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù". L’Agenzia stampa NEV ha intervistato in proposito il pastore Paolo Ricca, professore emerito della Facoltà valdese di teologia di Roma.

L'affermazione della "Lumen gentium", secondo cui la "Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa Cattolica", è una delle espressioni del Concilio Vaticano II che più hanno evidenziato l'apertura verso le chiese non cattoliche. Come giudica l'interpretazione che ne ha dato il documento della Congregazione per la dottrina della fede, sottoscritto da papa Benedetto XVI?

Quell'espressione fu adottata dal Concilio per sostituire quella precedente che recitava "la Chiesa di Cristo è la chiesa cattolica". Il Concilio ha sostituito l'"est" con il "subsistit in" per creare dei maggiori spazi di riconoscimento di altre chiese: affermando che la Chiesa di Cristo "sussiste" nella chiesa cattolica non si escludeva che essa potesse sussistere anche in altre chiese. Fino ad oggi questa espressione è stata interpretata da molti teologi in questo senso non esclusivo. Il documento di questi giorni, invece, ne propone un'interpretazione nuovamente esclusiva, affermando che la Chiesa di Cristo sussiste unicamente nella chiesa cattolica. Un fatto deludente, che ridimensiona le aperture del Concilio, ma di cui certamente non ci si può stupire perché riprende ciò che l'allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, aveva affermato nel 2000 con la dichiarazione "Dominus Iesus".

Quali conseguenze avrà la "Dichiarazione" sul piano del dialogo ecumenico ?

Il Vaticano, naturalmente, continua a dire che non cambierà nulla, che tutto prosegue. Io, francamente, mi sento di dire che dichiarazioni come queste logorano la volontà di continuare il dialogo, soprattutto perché non si sa più su che cosa si dovrebbe dialogare. Il documento, per esempio, ribadisce che quelle nate dalla Riforma protestante non possono essere riconosciute come chiese. Un'affermazione, ben nota, che comunque mina le ragioni del dialogo perché fa venir meno la corrispondenza dei soggetti, nega la dignità dell'interlocutore. Il dialogo ha senso se, almeno in prospettiva, c'è un riconoscimento reciproco delle chiese. Come chiese protestanti siamo stanchi di sentirci negati per quello che siamo e per cui viviamo: perché noi viviamo per essere Chiesa di Gesù. Credo che oggi sia ormai necessario distinguere tra il dialogo ecumenico di base - in parrocchie e monasteri, con sacerdoti e laici – che è fruttuoso, serio e fraterno, e il dialogo con l'istituzione romana che, per così dire, distribuisce "pagelle" di cristianità.

Pochi giorni fa la riproposizione della messa in latino, la reintroduzione della preghiera per gli ebrei "da convertire"; ora la Dichiarazione sulla "Lumen gentium". Dove portano questi segnali?

In modo inequivoco verso una nuova Controriforma. Prendiamo la messa in latino. Il problema non è tanto la lingua latina, ma la riproposizione della messa di Pio V del 1570, pensata contro la Riforma. In essa, tutte le innovazioni liturgiche delle chiese protestanti sono esplicitamente negate. Quella che ci sta proponendo il Vaticano è una nuova Controriforma con le sue due caratteristiche principali: quella di opporsi alle riforme interne al cattolicesimo, tanto a quelle del 1500 quanto a quelle del Concilio Vaticano II, e alle istanze proposte dalle Riforma protestante. Credo che all'istituzione romana vada dato un segnale non solo della nostra delusione, ma anche del pericolo che alla fine ognuno decida di proseguire per la sua propria strada. Resta la volontà di dialogare con i cattolici, ma è giusto sottolineare che l'istituzione romana restringe sempre più lo spazio per un dialogo che forse non gradisce neppure.

Tratto da NEV - Notizie evangeliche dell'11 luglio 2007

L’impegno ecumenico sarà molto più difficile per i cattolici

di Daniele Garrone, decano della Facoltà valdese di teologia

La qualifica di "comunità ecclesiali" non ci è mai piaciuta e non ci è mai corrisposta. Rinunciando allo "est" ed optando per il "subsistit" il Concilio Vaticano II compiva, dal punto di vista cattolico romano, una apertura. Ed in effetti l’ecumenismo ricevette un notevole impulso. Il documento della Congregazione per la dottrina della fede non dice nulla di inedito, ribadisce con toni perentori cose già note. Perché questa perentorietà? Certamente non c’è in questo momento alcun interesse da parte del Pontefice e della curia a promuovere l’incontro con le chiese della Riforma. Si guarda all’ortodossia, perché è più prossima a Roma, se misurata con i criteri della cattolicità romana, e perché si pensa che condivida con Roma la valutazione negativa della modernità e come Roma avversi il "relativismo". Ma la perentorietà nell’autocertificarsi come la vera Chiesa di Gesù Cristo e nel dare "interpretazioni autentiche" (e quindi disciplinarmente vincolanti per le coscienze dei cattolici) è rivolta innanzitutto al fronte interno, è intesa a mettere in riga quei cattolici – teologi e pastori, laici e religiosi – che hanno considerato e considerano il Vaticano II un punto di avvio, l’inizio di un cammino che avrebbe innovato ancora, allargato ulteriormente, osato più coraggiosamente. L’interpretazione autentica è una normalizzazione del cosiddetto "spirito del Concilio". E’ un freno posto a prassi e teologie diffuse in America Latina come in Africa, in Asia come nel Nord America o in Europa.

Per quanto riguarda noi protestanti, non ci turba che Roma ci dica ancora una volta, e con tono che non ammette repliche, che non siamo chiese e difettiamo di cattolicità solo perché ci manca quello che la confessione romana ritiene essenziale per la cattolicità, cioè le dottrine con cui si autocertifica e misura gli altri a partire da sé. Perché sta tutto qui: si dice "cattolico", ma si intende cattolico-romano. Noi protestanti non abbiamo la successione apostolica nel sacramento dell’ordine, e non ne abbiamo bisogno, perché viviamo della promessa, finora mantenuta dal Signore, che la testimonianza dei profeti e degli apostoli continuerà a far nascere e conserverà la sua chiesa di peccatori perdonati. Noi protestanti non abbiamo il sacerdozio ministeriale, e non lo vogliamo, perché viviamo dell’unico sacerdozio di Cristo. Dicano pure che non abbiamo "conservato la genuina e integra sostanza del Mistero eucaristico", abbiamo la promessa che nel pane e nel vino della Cena del Signore siamo in piena comunione con Lui. Dalla Riforma in poi, sappiamo che la nostra fede è certa perché pone noi al di fuori di noi. Non siamo nulla, ma riceviamo in dono molto di più di ciò di cui siamo trovati mancanti dalla chiesa di Roma.

Questa saccente perentorietà non frenerà il nostro impegno ecumenico. Lo renderà molto più difficile per i cattolici, a cui viene ricordato che la loro coscienza è vincolata ai pronunciamenti del magistero. A loro, ai nostri fraterni e sinceri compagni di strada da tanti decenni, diciamo: rialzate la testa e parlate ad alta voce, senza paura, perché in virtù del vostro battesimo e della vostra fede, la vostra coscienza è resa libera da Cristo e in Cristo.

Tratto da NEV - Notizie evangeliche dell'11 luglio 2007

Reazioni evangeliche al nuovo documento vaticano

Le dichiarazioni degli esponenti di importanti organismi protestanti

"Un vistoso passo indietro nei rapporti ecumenici, ma il dialogo deve continuare"

In seguito alla presentazione del nuovo documento della Congregazione per la dottrina della fede "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa", in cui si afferma che solo la Chiesa cattolica possiede "tutti gli elementi della Chiesa istituita da Gesù", il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Domenico Maselli, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

"La pubblicazione dell’ultimo documento della Congregazione per la dottrina della fede costituisce un vistoso passo indietro nei rapporti tra la chiesa cattolica romana e le altre comunità cristiane. È vero che non fa altro che ripetere quanto già affermato nella 'Dominus Iesus' del 2000, ma il concetto è ora ribadito con una chiarezza insolita. Una frase soprattutto colpisce il lettore ecumenico, in cui si definisce la chiesa cattolica come quella 'nella quale concretamente si trova la Chiesa di Cristo su questa terra'. Pare evidente che l’unico modo per cercare l’unità sarebbe quello di entrare nella chiesa cattolica romana. Era stata la soluzione sperata da Newman, che portò poi alla condanna del modernismo. Ciononostante, il dialogo ecumenico deve continuare, e può continuare, mettendosi ognuno in discussione, per cercare di ascoltare la voce di Cristo che per tutti noi è la via, la verità, la vita. In questo spirito si deve continuare il cammino sia in Italia che nel resto del mondo, fidando nel rispetto reciproco ed anche nella laicità dello Stato che permette che la libertà di discussione, di ricerca e di religione sia mantenuta fino in fondo".

Secondo la Riforma protestante gli elementi originali delle chiese sono la pura predicazione del vangelo e la corretta amministrazione dei sacramenti: "Questo e nient’altro deve essere visto come espressione autentica dell’unica chiesa di Cristo", ha dichiarato il pastore Thomas Wipf, presidente della Comunità delle chiese protestanti in Europa – Comunione di Leuenberg (CPCE), organismo che conta 105 chiese membro luterane, riformate, unite, metodiste dell’intero continente, che grazie all'accordo del 1973 di Leuenberg (Svizzera) si prestano il riconoscimento reciproco dei ministeri e dei sacramenti.Secondo Thomas Wipf per un protestante è impossibile concordare con l’autocomprensione cattolica: "Tutto ciò che è esteriore è fallibile – ha dichiarato –, incluse la chiesa protestante e quella cattolica". Oltre all’aspetto teologico, Thomas Wipf ha osservato un’altra questione importante: "Un documento del genere manda segnali sbagliati. Le sfide di questo mondo chiedono a gran voce che le chiese lavorino insieme. La comunione non è un obiettivo ideale, ma il nostro compito. Le vedute dottrinali sono molto importanti, ma non devono spaccare la chiesa".

L’Alleanza riformata mondiale (ARM), che da anni intrattiene dialoghi bilaterali con il Vaticano, ha scritto una lettera al cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, per chiedere chiarimenti sul documento della Congregazione per la dottrina della fede.
"Siamo sconcertati – scrive nella lettera il pastore Setri Nyomi, segretario generale dell’ARM –, dalla presentazione di tale documento in questo momento storico per la chiesa cristiana. In un’epoca di frammentazione sociale in tutto il mondo, l’unica chiesa di Gesù Cristo a cui tutti partecipiamo dovrebbe rafforzare la propria testimonianza comune e affermare la propria unità a Cristo. Il documento pubblicato il 10 luglio purtroppo offre un’interpretazione di Lumen Gentium 8 che ci riporta al pensiero e all’atmosfera che c’erano prima del Concilio Vaticano II". Lamentando le possibili conseguenze negative per i dialoghi bilaterali cattolico-riformati, Setri Nyomi ricorda i documenti comuni prodotti negli ultimi anni, compreso quello che sta per uscire, e mette in discussione "la serietà con cui la chiesa cattolica romana affronta i suoi dialoghi con la famiglia riformata e le altre famiglie ecclesiali".
"Per adesso – conclude la lettera –, siamo grati a Dio perché la nostra chiamata ad essere parte della chiesa di Gesù Cristo non dipende dall’interpretazione del Vaticano. È un dono di Dio". E prosegue: "Preghiamo perché venga il giorno in cui la chiesa cattolica romana vada al di là delle pretese esclusivistiche, in modo che possiamo portare avanti la causa dell’unità cristiana per cui il nostro Signore Gesù Cristo ha pregato".
L'ARM raggruppa più di 200 chiese congregazionaliste, presbiteriane, riformate ed unite, le cui radici risalgono alla Riforma del XVI secolo.

"Ogni chiesa è la chiesa cattolica (universale) e non semplicemente una parte di essa. Ogni chiesa è la chiesa cattolica, ma non nella sua interezza. Ogni chiesa realizza la propria cattolicità quando è in comunione con le altre chiese". Questo è quanto ha ricordato Georges Lemopoulos, vice-segretario generale del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC), con le parole del documento "Chiamati ad essere una sola chiesa" prodotto dalla IX Assemblea generale del CEC, riunitasi a Porto Alegre (Brasile) nel febbraio 2006. L'Assemblea, ha dichiarato Lemopoulos, "ha affermato 'il progresso fatto nel movimento ecumenico' e ha incoraggiato la comunione delle chiese membro 'per continuare su questo sentiero arduo, eppure gioioso, fidando nel Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, la cui grazia trasforma le nostre lotte per unità nei frutti della comunione'. Secondo l'Assemblea – ha proseguito Georges Lemopoulos - 'la condivisione onesta degli elementi in comune, delle divergenze e delle differenze aiuterà tutte le chiese a raggiungere gli obiettivi della pace e della vita comune'".
Il CEC è una comunione di oltre 340 chiese anglicane, protestanti ed ortodosse in più di 100 paesi, in rappresentanza di circa 550 milioni di cristiani.

Secondo il vescovo luterano Wolfgang Huber, presidente della Chiesa evangelica tedesca (EKD), "le speranze di cambiamento nella situazione ecumenica sono state nuovamente spinte nel futuro remoto". E ha proseguito: "Se la chiesa cattolica resta convinta di essere la sola vera chiesa di Cristo, la via del suo ecumenismo è tracciata in anticipo e non aperta al dialogo". Osservando che il documento del Vaticano "Risposte a quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa" ripete le stesse affermazioni della "Dominus Iesus", pubblicata dall'allora cardinale Ratzinger nel 2000, il vescovo Huber ha ricordato che alcuni teologi ecumenici avevano suggerito che quella dichiarazione fosse il risultato di disattenzione, mentre adesso "nessuno può più parlare di disattenzione. Questo è un gesto premeditato".
Il vescovo ha criticato il fatto che il documento vaticano non lasci alcuno spazio per il pensiero che anche alla chiesa cattolica romana possano mancare degli elementi importanti per le altre chiese, come ad esempio il rispetto della capacità di giudizio della comunità dei fedeli o l'accesso delle donne al ministero pastorale. "La comprensione reciproca – ha proseguito Wolfgang Huber – è possibile solo quando nessuna delle parti in causa rivendica il monopolio della verità".

"Poiché confessiamo la 'chiesa una, santa, cattolica e apostolica', il nostro supremo compito ecumenico è di continuare a mostrare questa unità che è sempre un dono di Dio", ha dichiarato Colin Williams, segretario generale della Conferenza delle chiese europee (KEK), organismo che comprende circa 125 chiese membro ortodosse, protestanti, anglicane e vetero-cattoliche, di tutti i paesi d'Europa, più 40 organizzazioni associate.
Le "Risposte" sottolineano per Colin Williams "la necessità di continuare a lavorare con urgenza a questa sfida offertaci dalla Carta ecumenica, il documento fondamentale delle aspirazioni ecumeniche condivise dalle chiese d'Europa. Il fatto che quelle diverse visioni della chiesa e della sua unità, a cui fa riferimento la Carta ecumenica, siano ancora causa di dolore e divisione è un motivo di rammarico e non una situazione di cui possiamo essere soddisfatti".
Il segretario generale della KEK ha poi osservato il momento particolarmente infelice in cui il documento cattolico è stato diffuso, alle soglie della Terza Assemblea ecumenica europea (AEE3), che si terrà a Sibiu (Romania) dal 4 al 9 settembre 2007, con la partecipazione di oltre 1000 delegati cattolici, ortodossi e protestanti. "Non dobbiamo permettere – ha affermato Colin Williams – che la pubblicazione di questo documento ci distolga da questo compito fondamentale. L'AEE3 darà ai delegati a Sibiu l'opportunità di riconoscersi gli uni gli altri come fratelli e sorelle in Gesù Cristo, attraverso il dialogo e la preghiera comune, al di là delle barriere denominazionali, rafforzando la nostra volontà di trovare modi in cui possiamo esprimere e vivere fino in fondo quell’unità voluta da Cristo per la Sua chiesa".

Tratto da NEV - Notizie evangeliche del 10 e 11 luglio 2007

2010

 

47a Sessione del SAE

25-31 Luglio a Chianciano Terme (SI) Sessione di formazione ecumenica del SAE sul tema “Sognare la comunione, costruire il dialogo. 100 anni di speranza ecumenica” (saenazionale@gmail.com). Programma

Dedicata a Edimburgo 1910 la 47a Sessione del SAE Cattolici, ortodossi e protestanti insieme per coltivare il sogno di comunione

Sintesi dell'incontro di Paolo Naso


Comunione mondiale di chiese riformate (WCRC)


 







Gennaio 2006


Nel mese di Gennaio si segnalano varie iniziative ecumeniche nell'ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, del Dialogo Islamico Cristiano e del Dialogo Ebraico Cristiano


11-13 Novembre 2005 si è svolto a Firenze  l' Incontro-Seminario:

"La Giustizia"

per riflettere come le diverse confessioni cristiane
ci aiutano a coniugare giustizia e fede cristiana



29 e 30 gennaio 2005 si è svolto a Firenze il convegno:

  "Osare la Pace per fede"
Giustizia e pace si incontreranno…la verità germoglierà dalla terra

Si è trattato di un incontro ecumenico di giovani per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato: un’occasione per conoscerci tra giovani cristiani di chiese e comunità diverse.. un momento per riflettere insieme … un week-end di festa e di pace!
Il convegno si è concluso con  una  Liturgia Ecumenica dalla Parola presso il Tempio Valdese. 

                                                                                           Documenti e immagini del convegno
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Ultimo aggiornamento: 6 Agosto 2010
© Chiesa Evangelica Valdese di Firenze