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"Eutanasia"



Testamento biologico. La chiesa valdese di Milano apre uno sportello al pubblico


Caso Eluana Englaro

"Disposizioni sanitarie del paziente cristiano", un testo comune di cattolici e protestanti contenente disposizioni sul fine vita, siglato nel 1999 (e rivisto nel 2003), che porta le firme del Presidente della Conferenza Episcopale tedesca cardinale K. Lehmann e del Presidente del Consiglio delle Chiese evangeliche tedesche M. Kock.

Leggi stralci del testo su MicroMega


le reazioni dei protestanti italiani alla decisione del Governo di procedere con un decreto d'urgenza sul caso Englaro

(AGI) - Roma, 6 feb. - Sono molto dure le reazioni dei protestanti italiani alla decisione del Governo di procedere con un decreto d'urgenza sul caso Englaro.

«L'attività del Governo e del Parlamento italiano ci stupisce e ci preoccupa vivamente - ha affermato il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), Domenico Maselli - Da una parte si vara un decreto d'urgenza per fermare i medici di Udine e quindi mantenere la vita biologica di Eluana Englaro; e dall'altra si compie un passaggio parlamentare che condanna alla clandestinità sanitaria gli immigrati irregolari che, preoccupati di essere denunciati per illegalità da un medico, metteranno a rischio le loro vite. Due scelte per noi eticamente sbagliate - aggiunge Maselli - perchè compiute nel nome di un principio ideologico astratto: la vita e la sicurezza. Ai principi ideologici astratti noi evangelici vogliamo contrapporre la pratica dell'amore e della compassione. Amore e compassione per Eluana e la sua volontà; amore e compassione per gli immigrati che vivono in mezzo a noi ed ai quali, quando bussano alle nostre porte, i cristiani non possono che aprire l'uscio ed il cuore».

Altrettanto negativo il commento della pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese: «Con un gesto di forza suggerito e preteso dalle gerarchie vaticane - ha dichiarato - il Governo ha varato un provvedimento che umilia la laicità dello Stato e ignora la volontà di una persona e della sua famiglia. Ancora una volta nel nome di un astratto principio biologico si viola il principio dell'amore compassionevole nei confronti di chi, costretto ad una vita biologica che nulla ha a che fare con la grazia di una vita di relazione, chiede di morire con dignità. Oggi l'Italia paga l'ennesimo prezzo al potere politico della chiesa cattolica. È un brutto giorno per chi - anche cattolico - non è d'accordo con l'etica clinica imposta dalle gerarchie vaticane: da oggi, mentre con la forza della legge si impone una scelta che invece va lasciata alla libera coscienza degli individui, siamo tutti meno liberi».

(AGI) FEB 09


La pastora Maria Bonafede, moderatore della Tavola valdese scrive a Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte

21 gennaio 2009

Guardare a Eluana con gli occhi dell'amore e non dei dogmatismi

di Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese

Con ogni evidenza sul corpo di Eluana Englaro si sta giocando uno scontro politico cinico e lesivo della dignità di una persona e della sua famiglia. Con un vero e proprio accanimento politico, governatori e ministri si ergono a paladini di un simbolo e di una visione della vita che pretendono universale e che invece è parziale ed esclusiva.
Politici, teologi, commentatori di ogni tipo disputano su Eluana richiamandosi a principi e dogmi assoluti: guardano verso l'alto sfuggendo allo sguardo spento di una giovane donna che, quando ha potuto, ha chiesto che si ponesse fine a un'esistenza che per lei non era più vita, a una condizione che non ha più nulla a che fare con quel dono che ha ricevuto e del quale ha goduto per un tempo troppo breve.
La mia fede in Cristo mi ha sempre spinto a cercare Dio nell'amore di Cristo più che nelle formulazioni assolute delle nostre dogmatiche. Alla ricerca di una presuntuosa verità assoluta, si finisce infatti per perdere il senso della relazione d'amore, di ciò che possiamo e dobbiamo fare per sostenere il nostro prossimo che soffre.
E' veramente triste vedere come in tanti si affannino a discettare su un corpo ormai spento e impossibilitato ad ogni relazione, mantenuto in esistenza da un sondino.
Io preferisco non dire, non credo di avere alcuna verità da imporre con il consenso degli apparati della comunicazione di massa o con l'autorità della politica. Io posso solo indicare una Verità che non mi appartiene e di cui non dispongo: e per me è la Verità in Cristo e nel suo messaggio di amore, una verità debole, crocifissa e proprio per questo più forte di tutte le altre.
Non ammettiamo speculazioni politiche o dogmatiche sul corpo di Eluana – le stesse che abbiamo visto al tempo di Pier Giorgio Welby o di Terry Schiavo. Vorrei solo che l'ultima parola di questa vicenda fosse l'amore per una ragazza che non voleva vivere ciò che la stiamo costringendo a sopportare nel nome di valori e visioni che non le appartenevano.
L'amore, quindi, ed il rispetto. Lasciando che la storia si concluda come lei e la sua famiglia da tempo e con una ammirevole dignità hanno chiesto.
Piangeremo Eluana, ma almeno potremo dire di averla rispettata.

Tratto dal sito della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) - 17 dicembre 2008

 

La Chiesa Evangelica Valdese di Firenze esprime la sua piena solidarietà alla famiglia di Eluana Englaro, e si augura una conclusione nello spirito da loro espresso. A tal proposito ricorda il documento in tal senso approvato dal Sinodo delle Chiese Metodiste e Valdesi 2008.

" La Commissione bioetica valdese solidale esprime la propria solidarietà nei confronti della famiglia Englaro e ribadisce la propria posizione a favore della libertà di cura, che è sempre e contestualmente libertà di rifiutare la cura. La sofferenza di una persona non va subordinata a principi astratti. Il Parlamento approvi una legge sulle direttive anticipate di fine vita".

 "Come cristiani - afferma una nota della Commissione bioetica valdese e metodista -, riteniamo sia necessario guardare alle persone viventi e alla loro sofferenza, che non può essere dimenticata in nome di principi universali e astratti, né può essere subordinata a una norma oggettiva e precostituita che venga ritenuta valida in quanto presunta legge naturale. Crediamo infatti che il cuore dell'etica cristiana debba essere la sollecitudine verso le persone nella loro irrinunciabile singolarità, spesso sofferente, talvolta, come nel caso di Eluana, addirittura tragica: di qui discende, secondo noi, un'idea della medicina come terapia rivolta a soggetti in grado di autodeterminarsi e in grado di decidere il proprio destino.     La libertà individuale non va guardata con sospetto e identificata con l'arbitrio: per questo motivo, e in conformità con le posizioni espresse dall'ultimo Sinodo dell'Unione delle chiese metodiste e valdesi, come Commissione bioetica sollecitiamo da parte del Parlamento l'approvazione di una legge sulle direttive anticipate di fine vita."

Firenze, 14 Novembre 2008


Il video testamento biologico di Ravasin è una testimonianza e una sfida

“Quella di Paolo Ravasin è una testimonianza importante”. Così il pastore Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI) ha commentato la registrazione filmata con cui l'associazione Luca Coscioni ha reso noto il testamento biologico di Paolo Ravasin, malato di SLA (sclerosi laterale amiotrofica) e presidente della cellula di Treviso della stessa associazione.

“Mentre è ancora forte la polemica sulla decisione del tribunale di Milano riguardante Eluana Englaro – ha dichiarato Maselli –, è estremamente importante la testimonianza di Ravasin, volta a provocare il legislatore affinché si provveda a dar vita al testamento biologico, e a porre di fronte alle coscienze il problema dell'accanimento terapeutico. Come cristiani siamo convinti che la lunghezza della vita non debba essere decisa da noi e, soprattutto, che dobbiamo realizzare la promessa di Gesù: avere vita in abbondanza. Pensiamo forse – ha concluso Maselli - che il Padre celeste ci offra dopo la morte una vita peggiore di quella dataci dalla macchina?”

Leggi anche l'editoriale di Erika Tomassone, pastora e membro del Comitato bioetica delle chiese metodiste e valdesi, sulla necessità di una legge sulle questioni di fine vita .

Roma (NEV), 23 luglio 2008


11 Gennaio 2008, Conferenza- Dibattito su "Il Diritto di Morire"

 

Il dibattito organizzato dal Centro Culturale Protestante "P.M.Vermigli" in Via Manzoni 19 ha compreso gli interventi di:

  • Carlo Casini, Pres. del Movimento per la Vita italiano
  • Pawel Gajewsky, Pastore Valdese
  • Mario Melazzini, Pres. della Ass.ne Ital.Sclerosi Laterale Amiotrofica
  • Mina Welby, Ass.ne Luca Coscioni

Moderatore il Prof. Marco Ricca, Pres. del Centro Culturale Protestante "P.M.Vermigli".

La conferenza- dibattito ha visto una notevole partecipazione di pubblico ed è stata interamente registrata. La sequenza degli interventi, oltre all'intera registrazione audio-video, può essere vista e scaricata dal sito di Radio Radicale.


"Bene la decisione della Cassazione sul caso di Eluana Englaro"

Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese, vede favorevolmente l'apertura della Corte di Cassazione verso un ripensamento di quelle sentenze che finora hanno imposto il mantenimento in vita di Eluana Englaro, in coma irreversibile da 15 anni.

In merito la moderatora ha voluto ricordare che solo due mesi fa il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste ha approvato all'unanimità un ordine del giorno a favore di una legge sulle direttive anticipate di fine vita, meglio conosciute come “testamento biologico”.

"Con questo atto abbiamo già espresso la nostra posizione in merito: per noi valdesi e metodisti è principio di civiltà dare voce, attraverso una legge, alle scelte del malato compiute con coscienza e volontà e in previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero" ha dichiarato Bonafede. L'atto varato dal Sinodo si rifà tra la altre cose alla Convenzione di Oviedo del 1997 già ratificata dallo Stato italiano. In particolare cita l’art. 9, laddove si afferma che "i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte del paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione".

Roma (NEV), 17 ottobre 2007


Il Sinodo delle chiese valdesi e metodiste a favore di una legge sul "testamento biologico" in Italia


Durante il sinodo delle chiese valdesi e metodiste in corso dal 26 al 31 Agosto a Torre Pellice (TO) c'è stato anche il dibattito suii rapporti con la chiesa cattolica dopo la nota vaticana Il teologo valdese Paolo Ricca: "Il nostro essere chiesa dipende solo dal giudizio di Dio." Riprendiamo dal comunicato stampa del del 29 agosto 2007 a cura dell'Agenzia NEV - Notizie evangeliche il seguente testo.

E' come cittadini e come credenti che valdesi e metodisti riuniti in Sinodo hanno approvato oggi all'unanimità un ordine del giorno a favore di una legge sulle direttive anticipate di fine vita, meglio conosciute come "testamento biologico". I membri del sinodo ritengono che sia "principio di civiltà dare voce, attraverso una legge, alle scelte del malato compiute con coscienza e volontà e in previsione di una futura incapacità nell’esprimere validamente il suo pensiero". "Poiché la cura del malato, in ogni suo aspetto, deve sempre presupporre il suo consenso – fatta eccezione per la situazioni di necessità e di urgenza – nessuno, neppure i parenti, è abilitato a esprimere la volontà del paziente in vece sua" si legge nel testo approvato.

Si tratterebbe di fatto, come ricorda il Sinodo, di un semplice adempimento della Convenzione di Oviedo del 1997, già ratificata dallo Stato italiano, e in particolare dell’art. 9 laddove si afferma che "i desideri precedentemente espressi a proposito di un intervento medico da parte del paziente che, al momento dell’intervento, non è in grado di esprimere la sua volontà saranno tenuti in considerazione".


Testamento biologico

Intervista a Sergio Rostagno

In questi giorni si è tornati a parlare su alcuni organi di stampa del testamento biologico. I disegni di legge sono fermi al Senato, complici le manovre politiche dei diversi schieramenti. L’Agenzia stampa NEV ha intervistato in merito Sergio Rostagno, coordinatore della Commissione creata nel 1992 dalla Tavola valdese per studiare i problemi etici posti dalla scienza. Rostagno è stato titolare della cattedra di teologia sistematica alla Facoltà valdese di teologia di Roma dal 1976 al 2002.

Il dibattito in Senato sul testamento biologico è in una fase di stallo. Come teologo valdese come si pone di fronte a questa elusione politica?

L’Italia non sa se deve diventare esplicitamente lo Stato vaticano oppure avviarsi a una serie di aggiornamenti e dare alle argomentazioni il peso che loro conviene indipendentemente dalle sedi più o meno sante che li avanzano o dalla massa di elettori che preme in un senso o nell’altro. Viviamo un momento molto difficile per i rapporti tra filosofie e teologie politiche da un lato e la realtà dall’altro. Vedo la minaccia di una tenaglia nell’accordo tra il tomismo e quello che resta del marxismo. Ma continuo a sperare che altre vie d’uscita diventino percorribili.

Le chiese protestanti non hanno una posizione ufficiale in riferimento ad una legge sul testamento biologico. La Commissione della Tavola valdese per le questioni etiche poste dalla scienza quale posizione esprime?

Abbiamo più volte soppesato gli argomenti e proposto soluzioni ragionevoli sia in tema di direttive anticipate sia riguardo a quella zona veramente difficile in cui i malati stanno tra la vita e la morte e i medici a loro volta possono abbreviare o allungare le sofferenze. I testi si trovano sul sito della Tavola valdese (www.chiesavaldese.org). A noi sembra che una legge non possa regolare ogni decisione in tutte le circostanze, ma forse è necessaria una legge che garantisca al malato il libero consenso, lo difenda da ogni possibile sopruso e impedisca poi di considerare assassini i medici che prendono decisioni responsabili che abbiano per conseguenza la morte immediata di chi soffre.

Le nuove frontiere della medicina hanno dato luogo a dilemmi etici inediti; è lecito giustificare "teologicamente" le proprie posizioni in merito a questioni profondamente delicate quali il testamento biologico, o è sbagliato porre il discorso su questo piano?

In questo momento la questione che mi fa riflettere di più è la garanzia dell’autonomia della persona in merito alle direttive anticipate. Sembra che si voglia impedire la sua autonomia in nome di leggi ideali cui ognuno è tenuto a piegarsi. Queste leggi generali sarebbero violate dalla decisione della persona particolare, e per questo occorrerebbe impedirla. Tutto ciò è molto discutibile. Non siamo soli davanti a Dio e nessuno può o deve essere lasciato solo di fronte a decisioni importanti; ma la solidarietà non si esprime con divieti, almeno in questo caso. La buona politica garantisce al cittadino l’autodeterminazione, del tutto in armonia con la Costituzione italiana, come Stefano Rodotà ha ben messo in evidenza nell’articolo pubblicato ieri su “La Repubblica”.

Cosa risponde a chi teme che il testamento biologico possa essere considerato quale apripista al riconoscimento dell'eutanasia?

Si tratta di cose diverse. Ci sono infinite situazioni diverse. Dobbiamo risolvere i problemi uno alla volta e non applicare alla cieca principi astratti. I principi generali sono conseguenze pensate da noi e non premesse venute dal cielo; possono quindi aiutarci nelle scelte, ma non devono essere applicati meccanicamente ai nostri casi particolari. È bene che si fissi il limite oltre al quale non si vuole andare, ma al di qua di tale limite, è bene che si lascino aperte varie vie. Un caso è sempre concreto. Difficile quindi decidere in astratto sul caso concreto.

Roma NEV, 27 giugno 2007



Eutanasia: libertà di vivere e anche di morire

"Dialoghi con Paolo Ricca"

Sono una valdese che ha mille dubbi in merito al discorso dell’eutanasia, di cui ultimamente s’è tanto parlato. Leggendo la Bibbia m’è sembrato di capire che Dio è la fonte della nostra vita ed è l’unico che può intervenire in tal senso. «In Te è la fonte della vita, e per la tua luce noi vediamo la luce» (Salmo 36,9). A Mosè Dio diede il comandamento «Non uccidere» e lo stesso Gesù insegnò che la vita umana ha un grande valore agli occhi di Dio. Se consideriamo queste indicazioni, poiché la vita è un dono di Dio e perciò sacra, l’uomo non ha diritto di porvi fine. Ma Gesù ha anche insegnato l’amore e la misericordia verso il prossimo. Potrebbe essere un atto di amore accogliere la richiesta di aiuto di coloro che vogliono porre fine alla loro vita per troppa sofferenza? Quando si tratta di persone in coma, vale lo stesso discorso? Ma per loro non potrebbe esserci la speranza che la scienza possa scoprire una cura? Che diritto ha l’uomo di mettersi al posto di Dio? A fronte di quanto detto, noi evangelici come ci poniamo tra la sacralità della vita e l’eutanasia?

Marta Sciarratta – Torino

Siamo in molti ad avere, se non proprio «mille dubbi» come la nostra lettrice, però sicuramente molte, inquiete domande sull’eutanasia, perché si tratta di un problema delicatissimo e in un certo senso insolubile, tanto più se ci poniamo – come in effetti ci poniamo – in un’ottica di fede, e quindi consideriamo la vita – la nostra e quella degli altri – come opera di Dio, per cui possiamo, sì, dirla «nostra», ma come dono, non come possesso, ne siamo beneficiari, non proprietari. Quindi come prima cosa direi: su questa questione ben vengano i dubbi! Non per condannarci alla paralisi e così eludere il rischio di una decisione pro o contro, ma per mantenere viva la coscienza che ci muoviamo su un terreno minato sul quale, anche avanzando con grande cautela, è facile compiere passi falsi o trovarsi davanti a nodi che è difficilissimo (e forse persino impossibile) sciogliere. I dubbi, quindi, sono benvenuti. Dovrebbero però averli, i dubbi, non solo coloro che sostengono la liceità morale e legale dell’eutanasia, ma anche coloro che con ogni mezzo la combattono, identificandola senza mezzi termini con l’omicidio (che non è: bisogna distinguere tra uccidere e aiutare a morire!) e squalificandola senza appello come opera diabolica. Non sarebbe male se anche costoro, di solito così sicuri nei loro giudizi e intransigenti nelle loro condanne, fossero attraversati da qualche dubbio salutare.

Esporrò qui di seguito quello che penso su questa controversa questione, pur sapendo che ad ogni argomento si può, volendo, opporre un controargomento, ed essendo quindi perfettamente consapevole del carattere discutibile e fallibile del mio discorso. Ma la vita morale è fatta di scelte, per quanto ardue e problematiche esse possano essere. Dobbiamo dire dei «sì» e dei «no», assumendocene la responsabilità in primo luogo davanti a Dio, cioè alla sua Parola e al suo Spirito, poi davanti ai nostri compagni di umanità e, si capisce, davanti alla nostra coscienza. Tratterò la questione cercando di rispondere ai maggiori interrogativi che l’eutanasia pone.

Primo interrogativo. L’uomo ha il diritto di disporre della sua vita, anche quando la consideri dono di Dio, e non sua proprietà? Credo di sì. Nessuno ha mai negato al martire il diritto di disporre della sua vita, sacrificandola, se necessario, a un ideale, laico o religioso. Certo, non è la stessa cosa. Il martire muore per gli altri, il malato terminale che chiede di morire, lo fa per se stesso. Le finalità sono diverse, ma il principio è lo stesso: l’uomo può disporre della sua vita, anche considerandola «sacra» (come dice la nostra lettrice), in quanto dono di Dio. Se si riconosce al martire il diritto di rinunciare alla sua vita, perché questo stesso diritto lo si nega al malato terminale? Non è forse un ideale umano da perseguire quello di porre fine a sofferenze atroci e inutili, quando questo viene chiesto consapevolmente dalla persona che soffre? Rispondere a questa richiesta non è forse una forma dovuta, se non di amore, almeno di pietà e solidarietà umana?

Secondo interrogativo. Ma chiedere di morire non è forse un atto di rivolta contro Dio, Signore della vita e della morte? Non equivale a «mettersi al posto di Dio», come dice la nostra lettrice? Credo di no. Quando la vita di una persona diventa solo più un tunnel di sofferenze fisiche e psichiche acute, continue e senza prospettive, chiedere di morire è, sì, un atto di rivolta, ma non contro Dio, bensì contro il male che sta devastando quella vita, fino al punto da renderla irriconoscibile come dono di Dio. Anche Giobbe arriva a dire: «Perisca il giorno ch’io nacqui!» (3, 2), e gli fa eco Geremia: «Maledetto sia il giorno ch’io nacqui!» (20, 14), il che vuol dire: meglio non vivere (e quindi non nascere) piuttosto che vivere in questo modo. Si tratta certo di situazioni estreme, assolutamente eccezionali. Esse però si verificano realmente, e in quei casi si può invocare la morte (o la non nascita) come preferibile a una vita che non è più una vita, ma solo un grumo di sofferenze senza senso. In questo quadro, un eventuale «sì» all’eutanasia non è un «no» a Dio, ma semplicemente un «no» al cieco furore del male. Chi chiede di morire non lo fa per rendere culto alla morte, la grande nemica di Dio, ma per salvaguardare la qualità della vita, dono di Dio. È un paradosso, lo so, ma credo che lo dobbiamo assumere.

Terzo interrogativo. Esisterebbe dunque per ciascun uomo un «diritto di morire», oltre che di vivere? Credo di sì. Si tratta sicuramente del più drammatico e – ancora una volta – paradossale dei diritti umani, ma credo che esista, perché la responsabilità del vivere comporta quella del morire, di cui anche dobbiamo farci carico. Può naturalmente trattarsi sempre e solo del diritto alla mia morte, mai a quella di altri. Mai, in nessun caso, può diventare diritto di uccidere. Lo ripeto: bisogna distinguere tra uccidere e aiutare a morire. Ma il diritto alla propria morte esiste, e l’eutanasia è appunto questo: la decisione di morire, chiedendo per questo aiuto all’istituzione medica. L’eutanasia non è omicidio, è suicidio medicalmente assistito. Essa è dunque un «no» alla vita? Non necessariamente... Dire «sì» alla vita non significa dire «sì» a qualunque forma di vita, così come dire «sì» all’amore non significa dire «sì» a qualunque forma di amore (a esempio all’amore mercenario), e dire «sì» alla pace non significa dire «sì» a qualunque forma di pace (a esempio a una pace iniqua), e dire «sì» a Dio non significa dire «sì» a qualunque dio.

Quarto interrogativo. Ma l’istituzione medica non contraddice se stessa accettando di praticare l’eutanasia? Non esiste essa forse per favorire la vita, e non per assecondare la morte? Non credo che ci sia contraddizione. L’eutanasia si presenta sotto svariate forme: la rinuncia all’«accanimento terapeutico» quando è chiaro che non può ridare la vita, ma solo prolungare l’agonia; l’eutanasia passiva, che è più o meno la stessa cosa: l’interruzione delle terapie che mantengono artificialmente in vita il malato; l’eutanasia attiva, che consiste nel somministrare, su richiesta ripetuta del paziente, dei sedativi che accelerano il sopraggiungere della morte; il suicidio assistito, che consiste nel mettere a disposizione del paziente che vuole morire i farmaci che egli somministrerà a se stesso. Queste quattro forme di fine vita sembrano, a prima vista, molto diverse tra loro. In realtà il confine tra loro è labile, molto di più di quel che generalmente si crede o si lascia intendere). Comunque sia, fermo restando il diritto di ogni medico di non praticare l’eutanasia in nessuna delle sue svariate forme, si deve, credo, affermare che l’eutanasia stessa non si configura in nessun caso come un servizio alla morte, ma come l’ultimo, estremo servizio al malato, per abbreviare, su sua esplicita e ripetuta richiesta, il tempo delle sue sofferenze, quando neppure le cure palliative riescono più a lenirle. Come già ho detto: malgrado le apparenze contrarie, alla base della richiesta di morire non c’è l’amore per la morte, ma l’amore per la vita, per la sua qualità e dignità.

Quinto interrogativo. Riprendo la formulazione della nostra lettrice: Quando si tratta di persona in coma, vale lo stesso discorso? Dipende. Se la persona ha fatto il cosiddetto «Testamento biologico» (più propriamente la «Dichiarazione anticipata di trattamento») ed ha chiaramente disposto che, in caso di coma prolungato e giudicato irreversibile, non venga tenuta in vita artificialmente, occorre dar corso a questa volontà. Se invece non c’è un testamento biologico e la persona non è più in grado di decidere, credo che nessuno – parente o medico – possa arrogarsi la facoltà di decidere per il malato in coma. Fondamentale infatti, in tutta questa questione, è la volontà del malato, senza la quale non si può, a mio giudizio, fare nulla. Ecco perché è auspicabile che ci sia in Italia la possibilità (che non c’è ancora) di redigere tale documento, in modo che ciascuno sia fino alla fine responsabile di tutte le fasi della sua vita, anche di quella terminale, e sia indotto ad affrontare il problema della propria morte, cioè della propria finitudine, e non a rimuoverlo sempre, come istintivamente facciamo.

Concludo. Non so se le risposte ai cinque interrogativi di cui sopra hanno potuto dissipare almeno qualcuno dei «mille dubbi» sull’eutanasia della nostra lettrice, che forse non condivide la posizione di fondo qui sostenuta. Ritengo che sia non solo lecito ma utile che su una questione così spinosa vi siano nella chiesa posizioni diverse che, senza scomunicarsi a vicenda, si confrontino cercando insieme una maggiore fedeltà di tutti alla «buona, accettevole e perfetta volontà di Dio» (Romani 12, 2). Termino riprendendo il bellissimo versetto del Salmo 36 citato dalla nostra lettrice: «In Te è la fonte della vita, e per la tua luce noi vediamo la luce». Calvino commenta: il Salmista vuol dire «che non è possibile trovare una sola goccia di vita fuori di lui [cioè di Dio], e che non proceda dalla sua grazia». La luce che ci apre gli occhi così che anche noi «vediamo la luce», non è la luce del sole, per quanto bella, dolce e preziosa essa sia, ma è la luce di Dio che illumina la nostra vita terrestre e mortale in modo tale da dischiuderla ai vasti orizzonti della vita eterna.

Tratto dalla rubrica "Dialoghi con Paolo Ricca" del settimanale Riforma del 15 giugno 2007


La morte di Piergiorgio Welby

Maria Bonafede, moderatore della Tavola Valdese, ha partecipato alle esequie laiche di Piergiorgio Welby in piazza Don Bosco a Roma.

Durante il funerale civile di Piergiorgio Welby, Maria Bonafede, moderatore della Tavola valdese, ha dichiarato: "Partecipiamo a questo funerale con spirito di solidarietà umana e cristiana. Ho voluto esprimere alla madre di Piero Welby la nostra vicinanza, così come a tutti gli amici e a quanti, come noi (NdR: La Tavola Valdese aveva dato piena adesione alle veglie 'con e per Welby' tenutesi nelle ultime due settimane, per iniziativa dell’Associazione Luca Coscioni), hanno condiviso la capacità di lottare e di sperare di Piergiorgio."

Ha poi aggiunto: "Cristianamente, non comprendiamo l’indisponibilità del vicariato cattolico di Roma a celebrare un funerale cristiano per Welby. Crediamo infatti – come cristiani evangelici, che la Parola della Grazia e dell’Amore di Dio possa essere annunciata di fronte ad ogni morte".

Maria Bonafede aveva già rilasciato, in occasione della morte di Piergiorgio, la seguente dichiarazione: "Sono sollevata dalla conclusione della vicenda di Welby che, oggi, ha finito di soffrire e di subire la violenza dell’accanimento terapeutico e di una legislazione che non riconosce il diritto alla dignità della persona anche nel punto di morte". Come cristiana esprimo la mia fraterna compassione per un uomo che, laicamente, ha voluto aprire un caso a beneficio di quanti altri si trovano nella sua condizione. Come ho già fatto in occasione della veglia del 16 dicembre, esprimo la mia solidarietà a chi lo ha assistito e accompagnato in questi giorni difficili. Come moderatore della Tavola valdese e come cittadina italiana, oggi mi sento ancora più impegnata, nella mia chiesa e nella società italiana, a promuovere un dibattito etico, culturale e politico sul testamento biologico. Al tempo stesso questa tristissima vicenda ci dice quanto sia importante riaffermare il carattere laico dello Stato; uno Stato che approva le sue leggi nell’interesse generale dei suoi cittadini e non dei vertici di una particolare confessione religiosa".

“Ascoltate il grido di dolore di Welby”

La pastora Maria Bonafede, moderatora della Tavola valdese (Unione delle chiese valdesi e metodiste), con la dichiarazione che segue intende inserirsi nel dibattito intorno all’eutanasia riaccesosi dopo l’ennesima richiesta di Piergiorgio Welby di poter morire:

“Piergiorgio Welby è un uomo che, con grande dignità e coraggio, ha chiesto di staccare la spina delle macchine che lo mantengono in vita. Nonostante un intervento del Presidente della Repubblica, ad oggi non vi è stato nessun significativo riscontro parlamentare. Noi valdesi, in quanto cristiani evangelici, crediamo fermamente che la vita sia un dono prezioso di Dio. Ma la vita non è pura funzione biologica. L’accanimento terapeutico, ancor di più quando in contrasto con la volontà del malato, viola la sua dignità e aggrava le sofferenze fisiche e psicologiche. Esaltando la capacità tecnica, celebra l’onnipotenza umana che nulla ha a che fare con l’amore e la compassione di Dio per le sue creature. E l’amore non impone sofferenza né costringe ad una artificiosa sopravvivenza. Per questo chiediamo che il grido di dolore di Welby sia ascoltato e il Parlamento approvi al più presto una legge sul testamento biologico”.

Bonafede avrebbe voluto dire queste poche parole in un dibattito televisivo del servizio pubblico, “ma evidentemente esiste una preclusione nei confronti di alcune comunità di fede il cui pensiero, sulle questioni etiche, viene sistematicamente ignorato e censurato”, ha aggiunto.

Roma (NEV), 6 dicembre 2006


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Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre 2009
© Chiesa Evangelica Valdese di Firenze