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Fa
sentire i sordi e fa parlare i muti
Messaggio per l’incontro ecumenico del 24 Gennaio 2007 nell'ambito della settimana di preghiera per l'unità dei cristianiForse non tutti sanno come ogni anno viene scelto il tema che farà da filo conduttore della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Dal 1975 il testo preparatorio è preparato da un gruppo economico locale che poi in verrà sottoposto in apposite riunioni alla Commissione Fede e Costituzione del Consiglio Ecumenico delle CHIESE e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Quest’anno il testo preparatorio è stato elaborato da un gruppo numeroso di chiese della regione-città di Umlazi, una regione del Sud Africa, vicino a Durban. Umlazi, è stata fondata, originariamente sotto il regime dell’Apartheid come sobborgo per la gente di colore (TOWSHIP) e conta 750.000 abitanti. In questa area sono stati insediati a forza popolazioni di varie etnie accomunate da due sole caratteristiche : la loro povertà e "dal non essere considerate bianche ". Il retaggio del razzismo , della disoccupazione e della povertà continua a provocare situazioni terribili per la popolazione, che soffre per la scarsità di scuole,ospedali, case adeguate. Il contesto di disoccupazione e povertà da origine ad un alto tasso di criminalità e problemi di abusi all’interno delle famiglie e delle comunità. Ma su un quadro così desolante e forse anche per questo si è abbattuto il flagello dell’AIDS, si è calcolato che almeno il 50% delle persone ne sono infette. Le chiese cristiane di Ulmazi si sono chieste cosa potevano fare insieme per poter combattere questa situazione. La prima cosa che hanno convenuto è che ogni congregazione o confessione da sola non avrebbe potuto fare molto. La seconda cosa che hanno convenuto è che un aggravio della situazione è il marchio che impedisce alle persone che hanno sofferto abusi, alle vittime delle violenze, e o ai malati affetti di AIDS di parlare dei loro Problemi. Vi è una mentalità culturale che rende muti tutti coloro che hanno subito tutto questo. Contro queste rete omertosa che avvolge la popolazione e che proviene da una cultura arcaica piena di tabù le chiese hanno cercato di impegnarsi, con conferenze, incontri celebrazioni ecumeniche. Il loro tema centrale è stato “ROMPERE IL SILENZIO”. Quando poi chiamati ad impegnarsi nella scelta del testo per questa settimana di preghiera è stato ovvio e profetico nello stesso tempo scegliere il versetto di Marco Fa sentire i sordi e fa parlare i muti Sì, queste persone che senza guardare alle diverse denominazioni di provenienza hanno impegnato la loro vita per costruire cliniche , che hanno lavorato a programmi di assistenza sanitaria a domicilio, che hanno accudito migliaia di malti terminali, che si sono presi cura degli orfani e dei bambini a rischio contagio o già contagiati dall’AIDS, queste persone hanno sentito come loro compito di cristiani di fare sentire i sordi e far parlare i muti, diventando loro voce e orecchie strumenti per chi non ha voce e orecchie. Queste persone e chiese hanno vissuto e continuano a vivere questa esperienza pregando insieme, confortandosi a vicenda quando lo scoramento, la morte e la disperazione sembrano avere il sopravvento sulla testimonianza del Signore dell’amore, Gesù Cristo. Specialmente i laici che a migliaia partecipano e dirigono queste attività di aiuto e di fraternità per la popolazione della loro città sentono lontanissime dalla loro mentalità la diversa appartenenza ecclesiale e le ragioni che le hanno prodotte. I fedeli a livello di base, come è ben descritto nel messaggio che queste chiese ci hanno inviato, non percepiscono ad esempio la differenza fra le diverse interpretazioni dell’ eucaristia, ciò che essi comprendono quello che li unisce. Ed in particolare il battesimo comune come forte legame di appartenenza ad una stessa famiglia. Tutte quelle differenza teologiche che sono visibili sono per loro figlie di una storia lontana 500 anni , vissuta nella lontanissima Europa e che a loro non appartengono o non sono rilevanti per il loro comune lavoro di testimonianza. I pastori e i preti delle varie denominazioni che lavorano lì si sono resi conto di questo. Vi leggo una testimonianza di un prete anglicano di Umlazi : «Sono un prete anglicano. Accetto Gesù quale mio Signore e salvatore! Non possiamo essere divisi da una storia europea che abbiamo ereditato. Perdonatemi, ma conosco solo Gesù Cristo, che è morto per me! Grazie a Dio abbiamo abbattuto le barriere dell’apartheid e il muro di Berlino è crollato. Stiamo ora crescendo insieme , a poco a poco, come chiese che cercano di seguire Gesù che ha detto “che essi siano una cosa sola” » Questa storia che vi ho raccontato e che la storia di un percorso di fede importante e comunque significativo potrei concluderla come si fa per le favole dei bambini. E vissero felici e contenti. "Guardate come sono bravi quei fratelli che vivono alla fine delle terre emerse dell’africa, guardate quante opere compiono, guardate quanto sono bravi quei cristiani , quale impegno ecc. ecc." Ma trovo ingiusto proprio per quei fratelli e quelle sorelle un atteggiamento del genere, falsamente solidaristico, ma molto consolatorio e acritico per noi, cristiani europei. Per il finale che finale non vuol essere, vorrei invece porre e porci delle domande per una possibile discussione. Questo ecumenismo vissuto dal basso che è figlio della risposta comune alla sofferenza di fratelli e sorelle può essere la chiave giusta, la prospettiva giusta per far ripartire un dialogo ecumenico stanco e quasi fermo? Di fronte a questa umanità sofferente che ci chiede di prendere sul serio il comandamento dell’amore per il prossimo le nostre dirimenti questioni teologiche, la nostra affermazione di primati nei confronti delle altre confessioni cristiane, le nostre infinite discussioni e divisioni non sono forse pietre di inciampo, impedimenti ad una azione comune di testimonianza ? Di fronte a questi scenari possiamo essere la voce di chi chiede ai nostri rispettivi capi di ripensare alla chiesa e alle chiese come luoghi di accoglienza delle diversità, vissuta come dono e non come separazione? Potrei continuare con altre domande, alcune molto cattive per dei ricchi e opulenti cristiani dell’occidente, ma mi astengo. Forse, un‘ultima domanda me la concederete… Non viviamo forse anche noi in una società multietnica, dove la sofferenza e la povertà, l’odio e l’assassinio sono presenti nel nostro modo di pensare, dove non c’è solo l’AIDS, ma molte più malattie non solo del fisico, ma specialmente dell’animo? Dove sta la nostra comune testimonianza qui e ora ? I fratelli di UMLAZI la hanno trovata e la vivono, e noi? Davide Buttitta
Presidente del Concistoro della Chiesa Valdese di Firenze
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Gennaio 2007 ©
Chiesa
Evangelica Valdese di Firenze
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