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Efesini 5,1-14
Figli della luce e figli delle tenebre
dedicato alla memoria di Reinhold Niebuhr, 1892-1971
Mi sono permesso di ampliare il brano indicato per la predicazione di questa domenica. Se consideriamo soltanto i primi versetti del nostro brano, ci sembra di avere davanti un testo piuttosto moralistico. È ovvio che i comportamenti menzionati nei primi versetti di Efesini 5 (fornicazione, impurità, avarizia, né oscenità, parole sciocche o volgari, vani ragionamenti) non siano raccomandabili. Sarebbe però importante capire il significato che l’autore dell’epistola voleva dare ad alcune delle sue parole. Provo ad elencarle assai velocemente. Fornicazione, voleva dire “prostituzione sacra”, un’usanza religiosa molto diffusa all’epoca e del tutto legale. Impurità significava l’infedeltà coniugale e il concubinato palesemente vissuto mentre il matrimonio precedente era ancora giuridicamente valido. Oscenità indicava partecipazione (attiva o passiva) a spettacoli d’intrattenimento a sfondo marcatamente sessuale. In parole semplici si tratta di un elenco di comportamenti riguardanti la sfera pubblica. Questo elenco però non regge dal punto di vista retorico se non è controbilanciato dall’altro, assai più breve: bontà, giustizia e verità. Si tratta di tre categorie etiche, molto care alla scuola di filosofia stoica e ritenute pilasti di buon governo e di benessere sociale. La sfera pubblica è dunque sempre preponderante. L’autore dello scritto gioca però principalmente sulla contrapposizione tra luce e tenebre. Badiamo bene che bontà, giustizia e verità sono “frutti” e non “opere” della luce. Questo discorso ci porta verso la teologia della rigenerazione. Ricordiamo il passo Galati 5,22: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo. Le tenebre invece sono la dimensione in cui avviene una gran confusione tra pubblico e privato in cui so concludono affari sporchi, in cui si stringono alleanze volte a derubare la società, in cui il corpo di una donna diventa una merce di scambio o un “regalo” per un camerata fedele o per il capo corrotto di un servizio pubblico. Durante questo semestre condurrò con gli studenti del III e del IV anno della nostra Facoltà Valdese di Teologia un seminario dedicato all’opera di Reinhold Niebuhr. Qualcuno lo chiama “il Karl Barth” americano. A parte questi paragoni assai approssimativi, il pensiero teologico e sociale di Niebuhr influenza ancora oggi la politica (e credo anche l’etica pubblica) del presidente Barack Obama. Nel 1944 Niebuhr diede alle stampe un libro piccolo come dimensioni, grande invece nei suoi contenuti: Figli della luce e figli delle tenebre. Il riscatto della democrazia: critica della sua difesa tradizionale. Il titolo del libro allude chiaramente al nostro brano neotestamentario di oggi e al detto di Gesù in Luca 16,8: … i figli di questo mondo, nelle relazioni con quelli della loro generazione, sono più avveduti dei figli della luce. Vorrei con concludere questa predicazione invitandovi a meditare questo pensiero tratto dal libro appena menzionato:
Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica 7 Marzo 2010, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Romani 5,1-5
Pneumatologia della speranza
Abbonda di sostantivi il testo Romani 5,1-5. Sono sostantivi di un certo peso: giustificazione per fede, pace, grazia, speranza, gloria. E poi ancora la celebre sequenza paolina: afflizione, pazienza, esperienza, speranza. Il primo elenco appartiene alla sfera religiosa, il secondo a quella considerata esistenziale, vale a dire di tutti i giorni. Molti studiosi del linguaggio affermano che la maggior parte dei termini che fanno parte del primo elenco non ha oggi alcun significato profondo, specialmente tra i giovani tra i 15 e 25 anni. È invece ben diversa la situazione quanto al secondo elenco. Questo tipo di linguaggio ancora sembra comunicare qualcosa... La mia esperienza di pastore e di educatore conferma pienamente i risultati di queste ricerche. Vorrei però fare una precisazione. Tra le parole appena elencate v'è una che unisce i due elenchi e suscita emozioni profonde, talvolta molto contrastanti. Si tratta della parola “speranza”. È un termine assai esistenziale ma anche profondamente inserito nella riflessione teologica. Basta ricordare il famoso saggio di Jürgen Moltmann “Teologia della speranza”, diventato ormai un classico della teologia contemporanea. Il nostro brano contiene però una particolarità. È il versetto 5 in cui compare uno stretto legame tra la speranza cristiana, l'amore di Dio e l'opera dello Spirito Santo. Può sembrare strano ma questo versetto, senz'altro centrale dell'intero discorso (dal 1 a 5) non menziona in maniera esplicita né la fede, né la grazia. Nei versetti che seguono (dal 6 in poi) compare invece Cristo Gesù nella sua centralità assoluta. Ma sappiamo già abbastanza bene che il nome di Gesù è il sinonimo dell'agape di Dio rivelataci pienamente nella sua persona. Lo Spirito Santo e la sua azione sono dunque strettamente legati a Cristo Gesù. Tale esplosione è assai visibile nelle aree più afflitte dei problemi politici ed economici sia casuale. Pensiamo ai quartieri popolari di Palermo, di Bari o di Napoli. Pensiamo all'America latina, al Brasile. Contrariamente ai luoghi comuni il risveglio pentecostale non colloca la speranza in un futuro remoto e inafferrabile. Vedere realizzata la speranza di un mondo più giusto è uno dei cardini di queste chiese e di questi movimenti. “La loro dottrina è nel loro fare” ha scritto Harvey Cox nel suo celeberrimo saggio “Fire from heaven”. A noi protestanti storici può sembrare strano ma la zone del casertano che frequento da due anni (Aversa, per intenderci) pullulano di opere diaconali: nidi, scuole materne, cooperative di servizi, tipografie e persino diverse pizzerie. Il segreto di questo impegno nel sociale, di questo slancio nel fare si trova però in una spiritualità assai particolare. Il cardine di questa spiritualità sta nel riconoscere l'azione rigeneratrice dello Spirito Santo. Se i concetti come fede, grazia, salvezza oggi sembrano così astratti, la ragione va cercata in due atteggiamenti che ritengo errati. Il primo è un atteggiamento di totale chiusura nei confronti dell'azione dello Spirito Santo legato alla profonda convinzione (talvolta spostata nell'inconscio) che la mia vita non può subire alcun cambiamento radicale. Con piccoli passi, con la forza della volontà e con la determinazione posso raggiungere al massimo qualche lieve miglioramento. Il secondo è un atteggiamento opposto: una ricerca costante di pratiche (esoteriche o spirituali che dirsi voglia) volte a sperimentare pienamente l'azione dello Spirito, la rigenerazione profonda e continua. Mi limito a dire che tale modo di fare assomiglia a una sorta di droga leggera e che alla fine può generare una profonda frustrazione. La strada giusta è invece questa di abbandonarsi all'azione dello Spirito rende vivo e operante l'agape di Dio. Questo processo purtroppo non è facile. Sfugge alle logiche umane ma al tempo stesso ha bisogno di nutrirsi dei concetti umani attraverso i quali il messaggio delle Scritture diventa Parola di Dio. È una corsa a ostacoli in cui troppa tensione interiore fa inciampare ma anche l'eccessivo rilassamento può provocare grossi danni. È una via in cui il rapporto di fiducia nei confronti di Dio è fondamentali. È una relazione in cui l'obbedienza a colui che ci ama diventa la virtù principale. E proprio in questo quadro che si colloca la preghiera intesa come principale azione dello Spirito e non come sforzo interiore della nostra volontà. La preghiera si trasforma in azione e l'azione ritorna continuamente alla sorgente cioè alla preghiera. Questa costante interazione tra preghiera e impegno nel mondo è appunto la piena manifestazione della gloria di Dio nella vita di una persona credente e nell'esistenza di una comunità di fede. Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica 28 Febbraio 2010, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Ebrei 4,14-16
Pontifex Maximus
Il tema del sacerdozio occupa nell’Epistola agli Ebrei il posto centrale. L’argomento viene introdotto nel capitolo 4 e termina nel capitolo 10 sicché la maggior parte dell’Epistola ruota intorno a questo argomento. Dal punto di vista storico la ragione di questo discorso è piuttosto semplice. L’Epistola agli Ebrei viene redatta e divulgata dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme avvenuta nel 70 d.C. Questo scritto può essere considerato l’ultimo grande tentativo di convertire alla fede cristiana il Popolo della Promessa. Si tratta, infatti, dello scritto più “ebraico” dell’intero Nuovo Testamento. L’Epistola agli Ebrei non solo è assai carica di citazioni delle Scritture ebraiche ma si muove in sostanza dentro un paradigma religioso ebraico: tempio – sacerdote – sacrificio. L’autore o gli autori inseriscono all’interno di questo paradigma contenuti puramente cristiani, la centralità di Cristo, il valore salvifico, unico e irrepetibile del suo sacrificio, la centralità della fede. In tutto ciò avviene però un passaggio linguistico assai determinante per l’intero impianto teologico del cristianesimo: viene introdotta nel linguaggio cristiano la terminologia sacrificale, propria dell’ebraismo e presente anche nell’intero universo religioso dell’epoca. Da quel momento tale terminologia e la prassi ad essa legata cominciano a farsi sempre più spazio nelle comunità cristiane fino al punto in cui la celebrazione della Cena del Signore comincia ad essere percepita come atto sacrificale e l’officiante assume tutti i tratti del sacerdote veterotestamentario. È impossibile stabilire con precisione la data esatta di questo passaggio. Il fatto è che quando il cristianesimo comincia ad avvicinarsi progressivamente all’impero (dal 313 in poi) questo modello sacrificale (e sacerdotale v’è già presente). Mi permetto qui una digressione di tipo storico. Ci ricordiamo di sicuro dell’imperatore romano Flavio Claudio Giuliano che regnò negli anni 360-363. L’apologetica cristiana lo bollò come “Apostata”. Leggendo i suoi scritti, studiano la storia romana del periodo si scopre invece che nel suo regno vi fu tolleranza nei confronti di tutte le religioni, comprese le diverse dottrine cristiane. Nel suo scritto Contro i galilei, vi è la tesi secondo la quale la dottrina cristiana costituisce il prodotto di una macchinazione, un'eresia del giudaismo diffusa da una minoranza di ebrei che si erano distaccati dalla loro tradizione, legata ormai alla centralità delle Scritture per praticare riti sacrificali di dubbia qualità. Fine della digressione. Ritorniamo al nostro testo. Al versetto 4 leggiamo: Avendo dunque un grande sommo sacerdote, in greco ‘echontes oun archierea megan’. C’è in questa frase una curiosità linguistica: archiereos significa già di per sé “sommo sacerdote”, oppure letteralmente “arci-sacerdote”. La lingua ebraica non conosce questo tipo di costruzione e quindi per esprimere lo stesso concetto aggiunge al sostantivo ‘kohen’ (sacerdote) l’aggettivo ‘gadol’ (grande). L’espressione greca usata nel nostro testo è dunque ridondante. Credo però che non si tratti di un errore o di un ebraismo mal usato. Sono convinto che questa espressione voglia mettere in evidenza il ruolo speciale, unico di Cristo, la cui funzione è imparagonabile a qualunque sacerdozio umano e il cui ministero è spirituale completamente slegato da qualunque autorità secolare (all’imperatore Giuliano piacerebbe questa visione del sacerdozio cristiano). L’idea del sacerdozio ministeriale, legato al potere temporale si è però diffusa ampiamente nel cristianesimo al punto che anche i Riformatori del Cinquecento non hanno osato metterla in discussione ma l’hanno semplicemente allargato parlando del sacerdozio universale. Quest’ultima categoria genera tuttora tanti equivoci che non voglio affrontare in questa sede. Vorrei soltanto sdoganare un termine latino che alle nostre orecchie protestanti suona assai male: pontifex maximus. Alla luce della parola di Dio l’unico pontifex maximus è Cristo Gesù che ha edificato un ponte incrollabile tra noi e Dio. Qualche volta penso però che una delle possibili interpretazioni del sacerdozio universale potrebbe essere proprio questa: diventare, noi tutti, edificatori di ponti. Ponti tra terra e cielo, ponti tra un essere umano e l’altro, costruttori di relazioni e di comunità in cui “trovare un senso a questa vita”. Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica 21 Febbraio 2010, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze Ebrei 4,12-13
La Parola che salva
Gesù Cristo, quale ci è stato attestato nella sacra Scrittura, Ho scelto questa citazione tratta dalla Dichiarazione teologica di Barmen perché la considero la migliore esegesi del testo indicato per la predicazione di stamattina. Nell'ottica della fede cristiana la parola di Dio è identificabile prima di tutto con Cristo Gesù, parola incarnata. Il termine “parola” diventa così sinonimo del vocabolo “persona”. La persona di Cristo Gesù, una presenza viva e operante nella sua Chiesa. Eppure il termine greco “logos” ci fa pensare piuttosto a concetti, discorsi, asserzioni, definizioni... Tutto questo viene però dopo. Dopo aver riconosciuto Gesù Cristo come l'unica parola di Dio. Ed è proprio questa Parla a creare la Chiesa (Ecclesia creatura verbi) e a incidere attraverso la Chiesa sulla storia umana. La nostra sensibilità protestante ci fa percepire la presenza della parola di Dio in particolare durante la predicazione. Ha ragione chi afferma che la predicazione è la parte centrale e fondante dell'intero culto evangelico. Eppure la predicazione è anche un atto creativo puramente unano, simile all'opera di un insegnante, un magistrato o un letterato. Richiede studio e competenza, capacità di articolare il pensiero attraverso la comunicazione orale e anche per mezzo di quella scritta. In linea di massima si tratta di un lavoro che richiede diverse ore di fatica. Accanto a questo aspetto umano si profila la dimensione spirituale, ovvero sovrannaturale della predicazione. In questa dimensione c'è un'unica regola, quella di affidarsi alla guida dello Spirito di Dio. Non si possono quantificare in alcun modo la preghiera e la tensione spirituale legate alla preparazione di un sermone. Non si possono quantificare perché in fondo non si tratta di qualcosa che sia facile da definire, qualcosa in cui entra in gioco l'Altro con tutto il carico di significati dati a questo termine da Martin Buber e Karl Barth. Nella seconda parte di questa meditazione vorrei però riflettere su un argomento assai più semplice: le attese legate alla predicazione, in altre parole: cosa ci si aspetta dalla predicazione. È un quesito assai semplice quanto alla sua formulazione, estremamente difficile invece quando ci rendiamo conto che si tratta di un cosa che possiamo considerare res stantis et cadentis Ecclesiae. Cominciamo dalle attese umane di chi predica. Sono convinto (parlo di me) che la prima di queste sia la semplice gratificazione per il lavoro svolto: un apprezzamento, un complimento, un commento gentile. La seconda attesa umana è senz'altro il desiderio di incidere in qualche modo sul modo di pensare e di vivere dell'uditorio. Una reazione concreta, un progetto, una mobilitazione di fronte a un'emergenza, anche questo io aspetto dalla mia predicazione. Che cosa si aspettano invece gli uditori? Non penso che ci sia un'unica risposta. Sul piano individuale ogni persona ha le proprie attese umane che dipendono sempre dalla situazione esistenziale in cui si trova. Quanto alle attese umane della comunità provo a buttarla sulla battuta: importante che la predicazione sia breve e comprensibile senza la necessità di consultare continuamente lo Zingarelli. Non sono un manicheo che disprezza l'aspetto umano, anzi carnale della nostra esistenza e quindi non vedo nulla di male in tutte queste aspettative umane. Esse diventano pericolose quando raggiungono livelli esagerati. Esattamente come succede con il vino un bicchiere o due creano una bella atmosfera durante il pasto, una o due bottiglie possono provocare un disastro. Abbandonando il piano umano diventa ora necessario rispondere alla domanda: qual'è il significato assoluto della predicazione? Semplificando un po': che cosa si aspetta Dio dalla nostra predicazione della sua parola? Alla luce del testo Ebrei 4,12-3 la riposta può essere solo questa: la verità, niente altro che la verità su di noi e la verità sulla sua opera in mezzo di noi. Far emergere la verità è un'operazione assai dolorosa. Non esiste un'anestesia in grado di mitigare o di far sparire questo dolore. Perché si tratta di una verità terribile, la verità sul nostro orgoglio, sulla nostra prepotenza, sulla violenza, sull'odio che coviamo nel profondo dei nostri cuori. La verità insomma sulla nostra malvagità, sul nostro peccato. Ci sono due possibilità di fronte a questa verità: rifiutarla oppure scendere nella profondità del dolore che non di rado diventa anche fisico. Ma solo in fondo a quel dolore possiamo incontrare il volto sorridente e rassicurante di Dio che guarda con compassione al nostra sofferenza per curarla e per affermare con le stesse parole rivolte da Gesù alla donna che “aveva perdite di sangue da dodici anni”: «Figlia mia, la tua fede ti ha salvata; va' in pace e sii guarita, dal tuo male» (Marco 5,34). Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica 7 Febbraio 2010, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze I Giovanni 5,9-13
TestimonianzaGrazie al lezionario Un giorno una parola il passaggio tra l’anno 2009 e il 2010 è incastonato in uno splendido quadro biblico della Prima Lettera di Giovanni. Domenica 27 dicembre abbiamo meditato insieme l’inizio dell’Epistola (cap. 1): Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita (poiché la vita è stata manifestata e noi l'abbiamo vista e ne rendiamo testimonianza […]) […]noi lo annunziamo anche a voi.
Oggi, la prima domenica dell’anno 2010, ci ritroviamo nella parte finale dello scritto giovanneo (cap. 5): Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è maggiore; e la testimonianza di Dio è quella che egli ha reso al Figlio suo. Chi crede nel Figlio di Dio ha questa testimonianza in sé; chi non crede a Dio, lo fa bugiardo, perché non crede alla testimonianza che Dio ha resa al proprio Figlio.
Dicevo domenica scorsa che tutta la teologia della Prima Epistola di Giovanni potrebbe essere riassunta in tre parole: luce, vita e agape. Ovviamente queste tre parole sono come dei pilastri posti su un unico fondamento che è Cristo Gesù. Oggi a questo impianto aggiungiamo la parola testimonianza, martyrìa. Può sembrare strano ma questo termine, per noi cristiani assai carico di significati spirituali, appartiene al puro linguaggio giuridico. Nelle civiltà antiche l’amministrazione della giustizia era strettamente legata alla dimensione religiosa. Così si spiega più chiaramente l’uso del termine “testimonianza di Dio” nel nostro testo. Si tratta di una testimonianza e quindi di una prova inoppugnabile che non ha bisogno di altri riscontri. L’autore vuole mettere in evidenza che il suo annuncio non è fondato soltanto su testimonianze oculari degli uomini (importantissime!) ma soprattutto sulla testimonianza di Dio, cioè sulla parola che Dio rivolge all’umanità. Vorrei dunque concentrarmi sul termine martyrìa. Prima di tutto la martyria tou theou. La cultura moderna ci ha abituati a esercitare la nostra capacità critica su tutto. Giustamente abbiamo applicato questa facoltà anche alla Bibbia, passando al vaglio della ragione letteralmente tutto il suo contenuto. A dire il vero ne è rimasto ben poco e la stessa “testimonianza di Dio” è stata messa fortemente in discussione. Correva un’altra epoca… La società postmoderna dell’anno 2010 invece ha bisogno di riferimenti e di messaggi certi, pienamente affidabili. La degenerazione di questo bisogno è rappresentata dal neofondamentalismo religioso e dall’autoritarismo politico con i loro messaggi “certi e affidabili”, firmati dai pensatori fedelissimi al credo propagato dal leader di turno. Poi ci sono ovviamente milizie fanatiche di ogni sorta, pronte a far fuori qualunque oppositore. La mia battuta ad effetto non risolve però il problema. Il sociologo tedesco Ulrich Beck ci ricorda nel suo ultimo saggio Il Dio personale che gli assiomi su cui costruire la propria visione del mondo non possono essere imposti come succedeva nei tempi passati ma posso soltanto essere scelti tra migliaia di proposte di cui la nostra società abbonda. L’adesione ai fenomeni religiosi e politici appena menzionati è una pericolosa scorciatoia praticata da persone che non hanno mai sviluppato una capacità critica, né alcun tipo di amore, se non quello di sé stessi. Esaminiamo dunque la testimonianza degli uomini. Il messaggio cristiano, ahinoi, fa parte dell’enorme offerta di assiomi. Anche se in Italia ci sembra che la presenza della Chiesa cattolica pervada l’intera vita sociale, non ci illudiamo: l’Italia è una società secolare alla stessa stregua di quella francese. L’enorme potere politico ed economico delle istituzioni cattoliche non migliora la situazione, anzi rende la secolarizzazione ancora più efficace e più profonda. In una società come la nostra, l’aspetto religioso non può esser visto né vissuto dall’alto. Ciò che conta veramente è la profonda convinzione interiore. Solo su questa base l’individuo può scegliere i suoi assiomi in materia di fede. Dall’altra parte invece ci può stare soltanto convincimento e mai una qualunque forma di imposizione. Nel nostro linguaggio cristiano il convincimento si chiama appunto testimonianza. I pensatori del calibro di Ulrich Beck, Peter Berger o Gianni Vattimo sono tutti unanimi nell’affermare che il tempo delle istituzioni religiose (grandi o piccoli che siano) sta per finire. Ciò che conterà nel futuro (e conta già ora) sono comunità di fede, minoranze creative in grado di trasmettere alla società la propria esperienza interiore e un sistema di valori (parola abusata e tuttavia fondamentale) che rende possibile una convivenza solidale. Credo che questo pensiero sia particolarmente importante in questa prima domenica dell’anno in cui rinnoviamo (attingendo dalla ricca tradizione metodista) il nostro impegno davanti al Signore. Vorrei concludere questa meditazione con le parole di Vittorio Subilia, parole che nella nostra comunità hanno accompagnato gli ultimi giorni del 2009: Certo, quando la chiesa sa quello che crede e quello che predica, il risultato non è necessariamente la conversione del mondo, anzi ci sono tutte le probabilità che sia l'indurimento del mondo, che ritorna perennemente sulla sua decisione di togliere di mezzo, di crocifiggere Colui che è venuto per essere la sua salvezza e la sua vita. Ma la nostra consegna non è interessarci dei risultati, i risultati non sono di nostra competenza. Predicazione del pastore Pawel Gajewski Domenica 3 Gennaio 2010, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze |
![]() Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio 2010 © Chiesa Evangelica Valdese di Firenze |