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Luca 2,41-52
L'adolescenza della fede

 

Riprendiamo la lettura del capitolo 2 del vangelo secondo Luca. Nella meditazione precedente (25 dicembre scorso) abbiamo stabilito già che non si tratta di una cronaca bensì della narrazione di una gloriosa teofania che diventa al tempo stesso un percorso di formazione (o in-formazione) della fede. Quale significato assume dunque il racconto di oggi: Gesù dodicenne che si ferma nel tempio di Gerusalemme dopo le festività pasquali? È importante precisare che questo episodio, è narrato soltanto da Luca, gli altri tre vangeli canonici lo ignorano completamente.

Sicuramente il nostro brano allude al “Bar-Mitzwa” (lett. Figlio del comandamento), un rito di ammissione nella comunità ebraica che segna la maturità religiosa di un giovane ebreo, capace di leggere la Torah nell’assemblea liturgica. Non dimentichiamo che Luca è molto attento alle usanze ebraiche: la circoncisione (v. 21), la purificazione della partoriente e il riscatto del figlio primogenito (vv. 22-24, cfr. Esodo 13,2; Numeri 3.13; Levitico 12,8).

Nonostante questa attenzione e la sua competenza, il nostro evangelista attribuisce al tempio un significato assai diverso da quello consueto: il tempio nella sua visione è un luogo d’insegnamento della Torah. Tale usanza corrisponde alla realtà dei fatti: il portico esterno del tempio era a quell’epoca un luogo di dibattito e d’insegnamento; si trattava tuttavia di un’attività per così dire “secondaria”. Quella primaria era ovviamente il culto sacrificale. Contrariamente al giovane Samuele, la cui madre, Anna, abbiamo incontrato nel corso della nostra meditazione del “Magnificat”, Gesù non frequenta i sacerdoti e i leviti bensì gli studiosi della legge. Il pensiero risolutivo, anche se un po’ criptico si trova nel v. 49b: Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio.

La menzione della “casa” in alcune traduzioni è un grossolano tentativo di armonizzazione del testo. E le cose del Padre suo e del Padre nostro sono appunto la meditazione della parola che il padre ci rivolge. Nella prospettiva cristiana è la piena comunione con questa parola che s’incarna. Dalla nostra esperienza di vita sappiamo che l’adolescenza significa la scoperta (talvolta dolorosa) delle cose essenziali della vita e di una scala di valori e di priorità, secondo cui ordinare queste cose.

Se qualche giorno fa parlavamo della nascita della fede, oggi seguendo Luca parliamo dell’adolescenza della fede. Una persona adolescente scopre l’essenza della vita. Il momento della scoperta coincide però con la domanda: di che cosa allora devo occuparmi, che cosa devo fare ora, che cosa devo fare da grande. Credo che alla chiesa cristiana, alle prese con le domande adolescenziali che non finiscono mai, Luca voglia dire proprio questo: devi occuparti delle cose del Padre Tuo. Devi saper ascoltare, devi saper porre delle domande, devi essere preparata a dare le risposte che ti vengono chieste. In altre parole, la chiesa cristiana deve concentrare la sua intera esistenza sull’ascolto e sull’annuncio della Parola di Dio. Prima l’ascolto, la meditazione poi l’annuncio.

Qualcuno non capirà questa esortazione. Credo che Luca ne sia stato pienamente consapevole: i genitori di Gesù sono, infatti, i primi a non capire le sue parole. È un’affettuosa ironia che ci invita a non fermarci nel nostro cammino di formazione nella fede.

Predicazione tenuta dal pastore Pawel Gajewski domenica 4 gennaio 2009, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze


Luca 2, 15-20
La nascita della fede

 

Il capitolo 2 del vangelo secondo Luca non è una cronaca della nascita di Gesù. Si tratta della narrazione di una gloriosa teofania in cui l’evangelista mescola abilmente alcuni elementi del teatro greco (un eroe esteriormente spogliato della sua dignità regale, cori angelici, la partecipazione dell’intera natura a un evento di portata cosmica) e della fede ebraica (stirpe di Davide, il rito di riscatto nel tempio di Gerusalemme, il cantico profetico di Simeone).

Si tratta di un racconto affascinante che ha dato origine a tutte le rappresentazioni comuni della nascita di Gesù: il presepe, recite di Natale, cartoline di auguri. Che cosa dunque dobbiamo fare? Mettere da parte tutta questa ricchezza, tagliando corto il discorso per affermare che in fondo si tratta di un mito. I miti, come sappiamo bene aiutano a vivere ma non sono essenziali né per la vita, né per la fede.

Alcuni recenti studi sul vangelo di Luca hanno messo in luce la dimensione pedagogica, o meglio, catechetica dell’opera lucana. In altre parole i suoi “quadri viventi” sono delle lezioni di catechismo che spiegano i principali contenuti della fede cristiana.

Proviamo dunque ad analizzare in questa chiave la storia dei nostri pastori sorpresi dall’annuncio della Buona Novella. Gli angeli (i messaggeri) sono scomparsi dalla scena. L’eco delle loro parole è però talmente forte da mettere in movimento i pastori: «Andiamo fino a Betlemme e vediamo ciò che è avvenuto, e che il Signore ci ha fatto sapere» (2,15b). Giunti a Betlemme che cosa vedono i pastori? Vedono una normalissima coppia con un bambino appena nato. Non ci sono cori angelici; c’è la folla di una locanda piena di gente comune venuta a Betlemme in occasione del censimento. Cose di ordinaria amministrazione, insomma. Ma proprio in questa ordinaria famiglia i pastori scoprono la straordinaria verità dell’annuncio che hanno ricevuto. Non si fermano però con Giuseppe, Maria e Gesù. I pastori proseguono nel loro cammino per annunciare la parola che ha operato in loro una trasformazione radicale. Le persone che incontrano per strada sono meravigliate e intanto l’annuncio prosegue. I pastori diventano angeli, vale a dire messaggeri della Gloria di Dio che si manifesta in mezzo all’umanità.

Che cosa significa tutto ciò? È la nascita della fede, un’esperienza che abbiamo sperimentato o che sperimenteremo di sicuro. L’annuncio della Buona Novella ci giunge nel pieno della notte. Ci fa alzare perché il desiderio di verificare la credibilità del messaggio è grande. Fino al momento in cui in una cosa ordinaria, quotidiana scorgiamo la straordinaria verità dell’Evangelo. Allora non ci tratteniamo dalla gioia e corriamo per le strade affinché il suono del lieto annuncio risuoni con forza. La gente resta meravigliata e l’Evangelo si espande. Ma proprio qui ci vorrebbe un grande punto interrogativo? Si tratta ovviamente di un auspicio. Quanti di noi corrono per le strade, reali o metaforiche che siano, per essere testimoni della Parola che cambia la nostra esistenza e trasforma il mondo?

Molte volte, riflettendo su questo testo mi sono interrogato sulla strana sequenza dei vv. 19 e 20: Maria che serba e medita tutte le cose in cui è coinvolta e i pastori che tornano, presumo alle loro dimore originali, lodando e glorificando Dio.

Credo che in questa storia che racconta la nascita della fede quel ritorno voglia esprimere il ritorno alla vita di tutti giorni. La nascita della fede è come la nascita di un bambino: una grande gioia all’inizio e una serie di fatiche quotidiane. Nella nostra esistenza cristiana è dunque importante mantenere un giusto equilibrio tra contemplazione e azione, tra preghiera ed evangelizzazione affinché la fede, nostra e altrui, possa rinascere continuamente.

Predicazione tenuta dal pastore Pawel Gajewski giovedi 25 dicembre 2008 Natale, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze


Luca 1,46-55
L’anima mia magnifica il Signore

 

È un’usanza assai antica della chiesa cristiana, quella di mettere al centro della sua liturgia questo capolavoro di poesia e di teologia. Il senso liturgico del Magnificat potrebbe essere riassunto in questa espressione: la fine di ciò che era e l’inizio di della realtà che sarà. Questa è anche la ragione per cui questo inno accompagna la preghiera della sera, il vespro. In questo caso noi cristiani accogliamo pienamente il modo ebraico di contare il tempo: il nuovo giorno inizia al tramonto e non a mezzanotte. Un modo veramente saggio che diventa una perfetta metafora della vita umana: dal buio alla luce fino all’ultima incertezza del crepuscolo che precede l’eternità. Questa è anche la ragione per cui l’ultima domenica d’Avvento trova nel Magnificat il suo punto di riferimento principale.

Iniziamo la nostra riflessione da una nota di carattere letterario. È assai curioso il fatto che uno dei più grandi capolavori della poesia ebraica sia giunto a noi in greco. Sì, il testo che abbiamo davanti appartiene al cento per cento alla fede e alla cultura ebraica. Anche le persone che frequentano pochissimo la Bibbia sono in grado di riconoscere la straordinaria somiglianza con il cantico di Anna I Sam. 2,1-10. L’evangelista Luca sembra esserne consapevole: come la nascita di Samuele apriva una nuova epoca per il popolo d’Israele così la nascita di Gesù apre una nuova era nella storia dell’umanità. Nell’ambito dell’esegesi contemporanea si discute se Luca, considerato il “meno ebreo” dei suoi tre colleghi di chiare origini giudaiche fosse o meno un greco convertito prima alla fede ebraica, solo in seguito divenuto discepolo fedele di Paolo. Gli ultimi studi sul vangelo di Luca sembrano confermare tale ipotesi.

Il Magnificat, supera dal punto di vista retorico il cantico di Anna, anche perché è abilmente arricchito di alcuni pensieri tratti dai Salmi 98 e 107. Entrambi i salmi appena menzionati sono dei testi classici del cosiddetto universalismo ebraico, in altre parole di una corrente teologica che affermava che attraverso il Popolo eletto Dio si rivolge all’umanità intera.

La seconda nota di questa meditazione è di carattere teologico. Il canto di gioia che apre, di fatto, la grande narrazione lucana è la gioia, è la certezza della fede che ci trasmette la chiesa cristiana delle origini. Le parole del cantico non si riferiscono tanto alla nascita quanto alla risurrezione del Cristo in cui si manifesta pienamente il Dio d’Israele e di tutti i popoli della terra.

E alla fine una domanda. Perché tutto questo carico di idee e di bellezza è messo sulla bocca di una donna?
La donna rappresenta da sempre la dignità del dono più grande, quello della maternità e della vita. Al tempo stesso la donna è stata sempre una delle categorie sociali più umiliate e più maltrattate. Credo che queste due affermazioni traccino alcune linee dell’eccelsiologia lucana ripresa nel III sec. da Cipriano da Cartagine. Come Maria partorisce Gesù, così la chiesa ci partorisce alla vita della fede. Come Maria rappresenta la categoria dei deboli per eccellenza, così la chiesa, “perseguitata, oppressa dai reprobi talor” (Inno 131,1) è lontana dai giochi di potere impegna tuttavia attivamente nella difesa di coloro che sono perseguitati e oppressi.

Si tratta di una teologia raffinata e apparentemente lontana dalla nostra sensibilità. I risvolti nell’attualità sono però tanti. La battaglia contro la violenza sulle donne iniziata dal Consiglio ecumenico delle chiese e accolta anche dagli organi di governo è un esempio nobile di un’applicazione pratica della teologia di Luca e di Cipriano anche nell’ambito laico. L’esempio negativo è l’arroganza della gerarchia papista supportata da un membro opportunista del governo italiano che nega l’umana pietà a Eluana Englaro e alla sua famiglia.

Peccato che nella nostra vita di preghiera il Magnificat sia un po’ sottovalutato. Potrebbe essere una parola quotidiana di conforto e di giudizio perché noi valdesi oscilliamo ogni giorno tra l’alta nobiltà del nostro impegno sociale e il basso opportunismo dei nostri piccoli giochi di potere.

Predicazione tenuta dal pastore Pawel Gajewski domenica 21 dicembre 2008, IV di Avvento, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze


Matteo 11,2-6
L’entusiasmo per Per l'evangelo

 

Giovanni avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo,
mandò a dirgi per mezzo dei suoi discepoli:
«Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?»
Gesù rispose loro: «Andare a riferire a Giovanni quello che udite e vedete:
i cieci ricuperano la vista e gli zoppi camminano;i lebbrosi sono purificati e
i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri.
Beato colui che non si srà scandalizzato di me!»

C’é nel nostro testo un particolare curioso: Giovanni (il battista) che sente parlare delle opere di Cristo. I più antichi manoscritti del Nuovo Testamento riportano questa versione mentre quelli piu recenti cercano di aggiungere il nome di Gesu accanto o al posto di "Cristo". Bruce M. Metzger (1914-2007) nel suo autorevole commentario al testo greco del Nuovo Testamento spiega che il sostantivo "cristo" (la minuscola non é un errore di stampa!) é usato qui nel senso comune del termine "messia".

Il vangelo secondo Matteo rnette sulla bocca di Giovanni la domanda fondamentale per i giudei d’epoca: Gesu di Nazareth è veramente il Messia, il Cristo atteso da generazioni?

La risposta data da Gesu non é esplicita; si tratta di una citazione un po’ parafrasata di Is. 35,5-6 che presenta le opere messianiche.

La domanda che oggi assilla molti cristiani é molto simile: possiamo sperimentare anche oggi le opere messianiche di Dio oppure tutto si é esaurito con il cosiddetto "Gesu storico"? Seguendo le orme del suo maestro la Chiesa cristiana risponde at questa domanda con la predicazione della Parola di Dio. Dalla comprensione di questa Parola, dalla sua trasmissione dipende la capacità di percepire la presenza messianica di Dio nel mondo di oggi.

A questo proposito vale la pena meditare per qualche istante questa denuncia di Charles H. Spurgeon (1834-1892), teologo evangelico e pastore battista:

C'è apatia ovunque. A nessuno interessa sapere se queloche viene predicato è vero o falso;un sermone è un sermone a prescindere dal contenuto, ma quello più breve è considerato il migliore (...) Ormai neiluoghi di culto è stato introdotto ogni genere di svago, spesso del tutto simile afli spettacoli teatrali di maggior successo. Come possono questi artifici promuovere la santità o favorire la comunione con Dio? Come si può, dopo aver assistito a simili performance, tornare a casa e chiedere a Dio la salvezza dei peccatori e la santificazione dei credenti? (...) Quando l'autentica fede tramonta e l'entusiasmo per l'Evangelo si spegne, non c'è da meraviglairsi che la gente vada in cerca di palliativi che trastullino!

La visibilita della presenza messianica di Dio nel mondo di oggi é dunque strettarnente legata al nostro entusiasmo per l’Evangelo. Chi di noi nella chiesa svolge compiti di goà della Parola predicata non ve nga mai meno.

Predicazione tenuta dal pastore Pawel Gajewski domenica 14 dicembre 2008, III di Avvento, Chiesa Evangelica Valdese di Firenze


Romani 13,11-14
E' ora ormai che vi svegliate dal sonno; perchè adesso la salvezza ci è più vicina di quando credemmo

 

Domenica 30 Novembre, I domenica di Avvento, culto di ammissione di Sonia, Stefania, Daniela e Simona

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Ultimo aggiornamento: 4 Gennaio 2009
© Chiesa Evangelica Valdese di Firenze